Tobin Tax, un’altra tragicommedia all’italiana

Attenzione! Attenzione! I tremendi e deprecabili speculatori della finanza sono stati finalmente colpiti a morte dalla Tobin Tax! O forse no? Una tassa pensata finalmente “cum grano salis” o un’altra “porcata” all’italiana (senza offesa per nessuno, si intende)?

Bè, che dire, questa ennesima tassa del governo Monti, varata in Italia all’interno della legge di stabilità nei giorni scorsi tra squilli gaudiosi di ferrei oppositori del “Sistema” e tassatori compulsivi, contiene alcuni “dettagli” a metà tra il ridicolo e l’assurdo.

Ma procediamo con ordine: cos’è la Tobin Tax?

La Tobin tax, dal nome del premio Nobel per l’economia James Tobin, che la propose nel 1972, è una tassa che prevede di colpire tutte le transazioni sui mercati valutari e finanziari per stabilizzarli (penalizzando le speculazioni a breve termine), e contemporaneamente per procurare entrate da destinare alla comunità internazionale.

Ebbene, signore e signori, vi comunico che nell’ambito di applicazione del tributo, nel testo europeo, sono escluse proprio le operazioni aperte e chiuse in giornata. Ah ah! Il che implica che verrebbe graziato non solo il trading ad alta frequenza, ma anche i day trader, coloro cioè che aprono e chiudono transazioni nel corso della giornata. Tirando le somme, ad essere colpiti sarebbero solo i piccoli risparmiatori (strano…), sia quelli che operano direttamente compravendendo azioni (ma non titoli di stato, che restano esclusi dall’applicazione del balzello), sia gli investitori istituzionali che compravendono tali valori mobiliari in nome e per conto di terzi, ad esempio fondi comuni e fondi pensione.

Eccellente risultato, non c’è che dire, che di fatto, come ricorda l’economista e blogger Mario Seminerio sul suo sempre pungente blog phastidio.net, produce un forte aumento di frammentazione del mercato unico.

Sempre Seminerio, citando l’articolo pubblicato sul corriere da Salvatore Bragantini (ex commissario Consob ed esperto di regolazione del mercato finanziario italiano), ricorda che il tributo non si applica alle transazioni in cambi ed in materie prime, che erano gli ambiti di applicazione elettiva della originaria proposta di James Tobin.

Non solo: gli undici paesi che si sono accordati sul meccanismo comunitario di cooperazione rafforzata stanno già procedendo ognuno per conto proprio, pensando ai propri bilanci nazionali e definendo le basi imponibili nei modi più fantasiosi possibili. Neppure l’ombra di quella omogeneità applicativa che servirebbe almeno a tentare di minimizzare gli effetti di segmentazione del mercato unico. Il tutto senza ovviamente contare che la mancata partecipazione del Regno Unito agli accordi pone una pesantissima ipoteca sul funzionamento della tassa, che mai come oggi appare destinata a fare una brutta fine, a meno di essere profondamente emendata nelle modalità di definizione dell’imponibile e di destinazione del gettito. Riguardo quest’ultimo infatti, siamo ben lungi dalla messa in comune per finalità di contributo al bilancio comunitario, come invece auspica Angela Merkel.

Altro punto tragicomico:gli effetti sugli intermediari. Con l’entrata in vigore di questa norma, se un broker chiude in Italia ed apre a Londra o in Lussemburgo, lo stato italiano perde gettito d’imposta. Conseguenza: calo dei volumi di transazioni per gli intermediari, che aumentano le loro probabilità di chiudere o la convenienza a delocalizzare, copione già visto e rivisto in molti settori nel nostro paese. Sempre con grande lungimiranza!

Dunque, si applica una tassa per aumentare le entrate e l’effetto rischia di essere l’esatto opposto…e anche questo passaggio è stato già visto e rivisto…

Un esempio recente? La mirabolante tassa sulle imbarcazioni applicata qualche mese fa per ignorante ideologismo economico, un vero e proprio boomerang che ha portato a risultati a dir poco imbarazzanti: 23 milioni di gettito contro i 155 previsti ed una cospicua fuga di imbarcazioni verso altri porti del Mediterraneo. Secondo il presidente di Assomarinas Roberto Perocchio «solo nel 2012 la spesa nei porti si è ridotta di 7-800 milioni, tra ormeggi, manutenzioni ed entrate per i territori, ovvero intrattenimento, shopping, trasporti e altro.

Conclusione: + 23 – 800 = – 777. Really well done!

Vogliamo davvero commettere un altro errore di questo tipo?

 

Per approfondire altri aspetti criticabili della Tobin Tax “de noatri” vi consiglio anche questo articolo.

 

Come funziona lo scudo anti-spread?

È stato accolto come un successo principalmente italiano in seguito all’Eurovertice di fine giugno a Bruxelles. È stato al centro del dibattito anche ieri al successivo, atteso, incontro dell’Eurogruppo. Sto parlando dello scudo anti-spread, la trovata che ha permesso al nostro premier Mario Monti di trovare un punto di incontro tra i “Paesi periferici” ed i “Paesi virtuosi” che fanno parte dell’area euro.

Ma come funziona lo scudo anti-spread? Basterà ad allentare la speculazione sui titoli di Stato degli eurodeboli?

Da ieri sappiamo qualcosa di più, nonostante alcuni punti saranno meglio chiariti più avanti all’interno del cosiddetto Memorandum of Understanding.

Prima considerazione: questo meccanismo di protezione degli spread non agirà come una contraerei automatica in difesa delle vendite incontrollate e indiscriminate dei titoli sovrani ma tutelerà esclusivamente quei Paesi che ne richiederanno l’attivazione. E fino ad oggi Monti è stato chiaro ed inequivocabile, l’Italia al momento non ne ha bisogno.

Tecnicamente entrerà in gioco anche la Banca Centrale Europea, che agirà come un “agente fiscale” per acquistare i titoli di Stato dei Paesi sotto attacco, contribuendo così al raffreddamento degli spread, ma attingendo non dalle proprie cassa bensì da quelle dei già esistenti fondi salva-Stati (Efsf e Esm). A quanto ammontano queste somme? Complessivamente 500 miliardi di euro, dei quali però ben 375, ovvero il 75%, sono già stati stanziati per emettere bond a tassi agevolati a favore di Grecia, Portogallo e Irlanda. Una protezione limitata dunque, certamente rilevante ma probabilmente ancora non risolutiva.

Al momento, inoltre,  la BCE interverrà solo sul mercato secondario (cioè quello aperto a tutti gli investitori dove si negoziano i titoli già in circolazione) mentre la possibilità di intervento sul mercato finanziario primario (cioè in asta, dove si negoziano i titoli di nuova emissione) non è stata ancora inserita tra i punti all’ordine del giorno.

In sintesi, queste misure sono sì parziali ma vanno nella giusta direzione e aggiungono un piccolo tassello al complicato puzzle della crisi sovrana europea.

Concludo con un suggerimento: anche per quanto riguarda la gestione dei propri personali risparmi è importante attivare una strategia che agisca da “scudo protettivo”, in questo caso ancor più efficace, per tutelarsi da ogni possibile scenario futuro, positivo o negativo che sia.

Valuta insieme a me quali passi si possono compiere per rendere i tuoi investimenti protetti ed efficienti!