Ecco 13 buone ragioni…

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Sarà capitato anche a te in questi ultimi giorni di canticchiare in macchina il refrain dell’ultimo singolo di Zucchero Sugar Fornaciari…

Prendo spunto da quel motivetto, destinato a diventare uno dei nuovi tormentoni estivi, per analizzare i principali motivi per i quali conviene affidarsi ad un consulente finanziario nella gestione delle proprie scelte patrimoniali. Non solo i “paperoni” dovrebbero farlo, chiunque può trarne vantaggi importanti.

Ecco 13 buone ragioni per preferire un consulente al fai da te (…e un panino al salame!)

1) TI AIUTA A PROTEGGERE LA TUA FAMIGLIA E TE STESSO. Proteggere il capitale umano è il primo step di una buona pianificazione finanziaria. Il consulente è in grado di valutare la tua situazione famigliare nel suo complesso e guidarti attraverso le migliori soluzioni per proteggere la tua famiglia e te stesso.

2) TI AIUTA A PIANIFICARE LE SPESE. Per assicurarti un futuro più stabile, il consulente ti può aiutare a capire come programmare le spese e quanto risparmiare per costruire il tuo patrimonio.

3) TI AIUTA A PIANIFICARE IL FUTURO. Spesso gli investitori si concentrano soltanto su orizzonti di breve e medio periodo. Il consulente ti può aiutare a recuperare il concetto del tempo, “a tirare fuori il presente dall’oggi” e guidarti alla costruzione del tuo futuro. Per mantenere inalterato il proprio tenore di vita nel tempo è infatti necessario pianificare con anticipo anche il proprio pensionamento, ad esempio attraverso forme di previdenza integrativa.

4) TI AIUTA A REALIZZARE I TUOI OBIETTIVI DI VITA E DI INVESTIMENTO. Con l’avanzare dell’età, cambiano anche le tue esigenze. Ecco quindi che l’esperienza e la competenza del consulente possono essere utili per capire che tipo di obiettivi vuoi raggiungere e in che modo. Ad esempio l’avvio di una nuova attività, l’acquisto di un’abitazione, l’università per i figli ecc…

5) TI FORNISCE UNA VALUTAZIONE OGGETTIVA. Non esiste il prodotto e il portafoglio buono per tutti e per tutte le stagioni, non tutti gli strumenti finanziari si adattano a te come investitore o rappresentano in quel momento la giusta soluzione. Il consulente è preparato tecnicamente, conosce le caratteristiche di ciò che gli intermediari offrono e sa come questi reagiscono in un determinato contesto di mercato, indirizzandoti sulla migliore opzione.

6) TI AIUTA A DEFINIRE LA TUA VERA TOLLERANZA AL RISCHIO. Il profilo di rischio, per quanto importante, è un parametro asettico. Siamo esseri umani e quando i mercati vanno bene siamo tendenzialmente tutti più aggressivi, quando vanno male siamo più pavidi. Il consulente, che conosce i principi della finanza comportamentale, ti aiuta a capire la tua reale tolleranza alle oscillazioni di valore.

7) ELIMINA I RISCHI PIU’ PERICOLOSI. Il consulente è un libero professionista e vive, professionalmente parlando, per i suoi clienti; per questo non ha alcun interesse a proporre soluzioni che mettano a rischio la sopravvivenza del loro patrimonio complessivo. Non a caso i consulenti finanziari liberi professionisti non sono stati coinvolti nei peggiori scandali finanziari degli ultimi anni.

8) TI FA GUADAGNARE E RISPARMIARE DENARO. Se tu guadagni, lui guadagna di più, quindi avrà tutto l’interesse a fare crescere il tuo patrimonio. Non fa miracoli, ma ricerca le migliori soluzioni per farti raggiungere gli obiettivi prefissati, coerentemente con il contesto di mercato. Non sempre un investitore fai da te è a conoscenza delle implicazioni fiscali legate al mondo finanziario e ai cambiamenti continui che esse subiscono. Il consulente è aggiornato sul contesto normativo e ha in mente la tua posizione complessiva, cercando la soluzione più adatta per ottimizzarla, anche in termini di risparmio di tasse.

9) TI ASSISTE NEL TEMPO. Dopo che un investimento viene effettuato è necessario che ci sia qualcuno che ne monitori le performances e sappia valutarne l’efficacia nel tempo. Il consulente è al tuo fianco. Assiste un numero limitato di clienti e può dedicarti l’attenzione che meriti, lungo tutto il ciclo di vita.

10) “FILTRA” LE INFORMAZIONI, TI MANTIENE AGGIORNATO E TI TRANQUILLIZZA. Viviamo in un mondo in cui c’è un sovraccarico informativo in tutti i settori e quello economico-finanziario è tra i più inflazionati. Il consulente seleziona le notizie e gli avvenimenti più rilevanti e ti descrive quali implicazioni possono avere per la tua famiglia, per te e per il sistema in generale. Spesso le campagne mediatiche, così come la volatilità dei mercati, hanno delle implicazioni sul nostro atteggiamento nei confronti degli investimenti. Se dico Brexit ti viene in mente qualcosa? Un professionista preparato, che ha il quadro della situazione, non si lascia influenzare negativamente dall’eccesso di informazioni e dall’emotività, aiutandoti a compiere scelte razionali e coerenti.

11) SE SBAGLIA, PAGA. Il consulente finanziario è una delle poche figure professionali che se non si attiene alle regole perde il proprio lavoro in quanto viene radiato dall’albo professionale.

12) TI FA STARE MEGLIO. Una ricerca specifica (Aviva, 2010) evidenzia che la pianificazione finanziaria, ed il conseguente controllo sulle proprie risorse, genera alle persone maggiore autostima e felicità.

13) TI ALLUNGA LA VITA. Il fatto che le persone siano orientate verso il futuro, identificando obiettivi e progetti di vita, può determinare una vita non solo più stimolante ma anche significativamente più lunga. Una ricerca del 2011 di Prem e altri sottolinea che una prospettiva psicologica futura del tempo si traduce in un guadagno di circa 6,5 anni di vita rispetto agli stessi soggetti con una limitata prospettiva.

Ah, se credi che il consulente finanziario sia necessariamente una persona formale e impostata, quindi un po’ noiosa…ti sbagli.

Se vuoi, puoi incontrarlo per parlare di investimenti e del tuo futuro anche davanti a una birra…e un panino al salame! 😉

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Risparmi, pensioni, futuro: la miopia degli italiani

miopeIl dizionario della lingua italiana definisce miopia il “difetto della vista che consiste in una rifrazione dell’occhio, per cui gli oggetti distanti appaiono sfocati, mentre si vedono meglio le cose molto vicine”.

In tema di risparmi e soprattutto di previdenza gli italiani risultano miopi, dimostrando di non riuscire a focalizzarsi sul lungo termine: è questo, in estrema sintesi, ciò che emerge dal “Global Investment Trends Report 2014” un sondaggio realizzato lo scorso gennaio da Schroders, società di gestione del risparmio internazionale, che ha interpellato poco meno di 16mila persone residenti in 23 paesi, intenzionati a investire almeno 10mila euro il prossimo anno.

Gli italiani sono preoccupati e pensano spesso alla pensione ma non fanno un granché per costruirla. Al punto che paesi in cui il valore del risparmio è molto meno radicata che da noi, mostrano un’attenzione per il futuro pensionistico di molto superiore al nostro: è il caso della Gran Bretagna dove il 59% dei lavoratori risparmia per la pensione, mentre in Italia solo il 29% accantona qualcosa per avere in cambio, quando smetterà di lavorare, un reddito adeguato alle esigenze future.

Dunque, l’idea dei risparmiatori italiani “formiche”, pronte a riempire il salvadanaio contro ogni evenienza, va evidentemente rivista: la paura per un futuro incerto caratterizza – nonostante i primi segnali di ripresa dell’economia – ancora una quota maggioritaria degli italiani; ma ciò non si traduce in contromisure fattive. Di più: solo una sparuta minoranza dell’1% degli italiani intervistati dice di programmare gli investimenti con un obiettivo di oltre 10 anni, mentre solo il 14% indica un orizzonte tra 5 e 10 anni. Oltre i due terzi del campione, ben il 68% degli intervistati, arriva a costruire una prospettiva comunque non superiore ai 5 anni. Il 14%, inoltre, mira a ottenere ritorni soddisfacenti nell’immediato.

Il confronto internazionale che emerge dall’indagine è impietoso: solo il 17% degli italiani prende decisioni sul proprio denaro con una dinamica di oltre 5 anni, contro il 29% degli inglesi, il 36% dei francesi, il 32% dei tedeschi e il 16% degli spagnoli, i più simili a noi per miopia finanziaria. E’ da sottolineare inoltre il gap tra il 29% di chi risparmia e il 33% che mira a mantenere il proprio stile di vita in caso di perdita del lavoro o di riduzione dello stipendio, e il 29% dice di voler essere pronto a far fronte a eventuali emergenze. Questi dati confermano che è ancora il senso di precarietà di breve periodo a influire sulle scelte d’investimento degli italiani, prevalendo sui temi pensionistici.

Inoltre, l’indagine evidenzia come i due terzi degli italiani ritengano che l’investimento azionario presenti il maggior potenziale di rendimento nel 2014, ma allo stesso tempo oltre la metà (il 55%) intende mantenere una quota significativa dei propri risparmi in strumenti a basso rischio (a fronte del 44% del campione globale). Insomma, razionalmente c’è la consapevolezza della correttezza delle scelte, ma la stragrande maggioranza non compie scelte conseguenti.

“Tali risultati – si legge nell’indagine di Schroder – sembrano sostenere l’idea che in Italia gli investitori non abbiano ancora pienamente preso atto delle nuove esigenze poste sulla responsabilità individuale, a seguito del passaggio da un sistema pensionistico “retributivo” a uno “contributivo”. Il risparmio finalizzato resta ancora fuori dal mirino degli italiani: si accantona per prudenza, spesso per cautelarsi rispetto a una cautela generica, ma senza correlare le proprie scelte con le esigenze future: terreno di conquista di una consulenza finanziaria e previdenziale evidentemente insoddisfacente in termini quantitativi, oltre che qualitativi.

Pesa non solo e non tanto la crisi, quanto i retaggi culturali: le garanzie offerte dallo Stato nei decenni passati hanno sollevato l’individuo dall’onere di prendere in mano il proprio destino, previdenziale e non. Cambiare questo paradigma non è semplice, ma il caso inglese è esemplificativo: i sudditi di Sua Maestà, storicamente più propensi ai consumi rispetto al risparmio – fino ad eccessi di sovraindebitamento degli anni precedenti – sono ora coinvolti dall’operazione Nest, che li spinge ad aderire a strumenti di previdenza complementare per ridurre il rischio di vivere una vecchiaia in situazioni economiche indigenti. Un’operazione che ricorda in parte il silenzio/assenso italiano del 2007, ma accompagnato da un’attenta campagna di educazione finanziaria che sta rendendo consapevoli gli inglesi dell’importanza delle loro scelte individuali.

Iniziative come quella messa in campo negli ultimi anni dal governo britannico sono necessarie, visto che non si è portati a programmare per la pensione: secondo il sondaggio di Schroders il 46% degli intervistati globali ritiene la pensione una priorità, ma solo il 5% ha un orizzonte di almeno 10 anni, mentre il 61% è alla ricerca di rendimenti da 1 a 5 anni e il 12% addirittura entro l’anno. Insomma, siamo naturalmente portati al breve termine ma per costruire una vecchiaia serena è fondamentale ragionare sempre di più sul lungo periodo.

E il mio ruolo professionale e sociale è proprio questo: aiutare ed educare le persone a ragionare di più e meglio sulle proprie scelte e sul proprio futuro.

 

Fonti: Il Sole 24 Ore, Schroders

 

Quanto devo risparmiare per avere una pensione milionaria?

foto_Iniziare a mettere da parte una certa somma al mese da quando si è giovani, risulta molto utile per quando poi si andrà in pensione.

Per capire questa idea, bisogna cercare di capire prima quanti sono i soldi che si devono mettere da parte con cadenza mensile.

I media USA hanno pubblicato una tabella in cui viene mostrato come partendo da età diverse e con diversi tassi di rendimento, si può giungere all’età della pensione, a 65 anni, con più di un milione di dollari.

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Ad esempio con un tasso annuo del 6% se si inizia a risparmiare a 20 anni, mettendo da parte 361 dollari al mese, si può raggiungere il milione una volta andati in pensione. Se invece si vuole iniziare a 25 anni, i soldi da mettere da parte diventano 499 dollari.

I pessimi dati sulla disoccupazione giovanile mettono in evidenza come per molti ventenni e trentenni italiani la priorità sia soprattutto il presente e non solo il futuro ma il concetto di fondo è semplice: per chi ne ha la possibilità, è molto meglio iniziare a risparmiare quando si è giovani!

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Fonti:

http://www.businessinsider.com

http://www.wallstreetitalia.com

 

Troppi BTP nei Fondi Pensione

Sotto esame l’asset allocation dei Fondi Previdenziali. Mefop, l’Associazione per lo sviluppo dei fondi pensione, lancia l’allarme: sono troppi i Titoli di Stato presenti nei portafogli previdenziali degli italiani, tutto a scapito di azioni e bond. Secondo l’analisi condotta dall’Associazione, i fondi pensione nazionali investono nel nostro Paese il 31% del loro patrimonio. Di questa percentuale il 90% è orientato verso i Titoli di Stato, mentre solo il 7% in obbligazioni societarie e un risicato 3% in equity.

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Questo fa si che non si rispetti il principio finanziario base della diversificazione, denuncia Mefop, soprattutto considerando il fatto che il patrimonio derivante dai fondi pensione potrebbe invece rappresentare un buon tipo di finanziamento per le nostre imprese ed aziende, che cercano sempre più canali alternativi rispetto a quelli bancari.

E’ per questo che ad esempio si inizia a parlare di aprire i Fondi pensione anche ad investimenti più particolari quali i Mini-Bond, andando in questo modo a fare dei fondi previdenziali un patrimonio utile per aiutare le imprese ad ottenere un nuovo accesso al mercato dei capitali. Dall’altra parte, l’investitore otterrebbe così un’ottima diversificazione del proprio portafoglio nonché dei rischi, aprendosi anche ad altri strumenti che vadano aldilà degli ormai onnipresenti Btp.

Secondo quanto stabilito dal Tesoro nel 2012, i Fondi Previdenziali potranno a breve adottare nuovi investimenti finanziari, non solo insomma riguardanti i titoli quotati sui mercati regolamentari. E allora si inizia a parlare di aprire i Fondi pensione ai Fondi immobiliari,agli Hedge Fund, alla diversificazione in valute e anche ai beni rifugio.

Quel che è giusto sottolineare è che è bene evitare, in un portafoglio previdenziale, che il risparmiatore si esponga troppo all’andamento dell’economia del Paese.

Basti pensare che gli attuali contributi versati per la pensione pubblica sono rivalutati in base all’andamento del Pil, che in questi anni non ha certo brillato.

I Titoli di Stato hanno dimostrato di poter essere rischiosi quanto qualsiasi altro titolo; la diversificazione, soprattutto in un investimento a lungo termine come quello previdenziale, è d’obbligo.

Fonti:
MF – Milano Finanza
http://www.iononcicascopiu.it

Pensioni e dolori

imE’ ormai il quinto anno consecutivo che l’Inps è chiamato a relazionare, davanti al Parlamento, i risultati della propria attività fornendo dati ben precisi su pensioni e italiani.

Ciò che emerge chiaramente dal rapporto che analizza il 2012 è semplice ma lampante: le pensioni degli italiani sono troppo basse.

Lo scorso anno, il 45,2% del totale dei pensionati (7,2 milioni) percepiva un reddito inferiore ai 1000 euro, mentre circa 2,2 milioni di cittadini percepisce addirittura cifre sotto i 500 euro. Solo il 25% dei pensionati (3,9 milioni) ha un reddito tra i 1.000 e i 1.500 euro mentre il 14,6% tra i 1.500 e i 2.000. Possono beneficiare di cifre sopra i 3000 euro solo 654.000 pensionati ovvero il 4,1%.

Inoltre, secondo il Rapporto Annuale, tra il 2009 e il 2012 lo Stato ha erogato tramite l’Inps 80 miliardi di sussidi per cassa integrazione e disoccupazione distribuiti a circa 3 milioni di lavoratori in media all’anno.

Affrontato durante la relazione anche il tema dell’educazione previdenziale. Gli italiani si dimostrano da sempre poco sensibili sul concetto di previdenza complementare che sembra, nonostante l’importanza, non essere preso particolarmente in considerazione.

Secondo esperti del settore, il motivo potrebbe essere addirittura di natura emotiva.

Il Mefop, che è la società costituita dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per lo sviluppo del Mercato dei Fondi Pensione, ha evidenziato come la posizione degli italiani nei confronti della scelta pensionistica sia influenzata negativamente dalla distanza temporale che intercorre tra la scelta effettuata e il momento della “riscossione”. Detto più semplicemente, il risparmiatore italiano non riesce a vedere al futuro, ed è per questo che il Mefop promuove per tutti i lavoratori il calcolo, già da ora, dell’assegno pensionistico al fine di visualizzare al meglio la propria situazione.

Anche il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Enrico Giovannini, ha sottolineato l’importanza dell’educazione previdenziale; ha infatti affermato come serva “un programma volto a spiegare le nuove forme del sistema, al fine di rendere tutti più consapevoli delle regole della previdenza, della necessità e obbligatorietà del risparmio e dei calcoli che trasformano questo risparmio in rendita pensionistica […] l’informazione corretta e consapevole deve prevalere sul sensazionalismo, la conoscenza deve sostituire l’ignoranza”.

E voi, quanto siete consapevoli della vostra situazione previdenziale?

 

Fonte: www.iononcicascopiu.it

S.O.S. pensione

Mayday mayday mayday! Richiesta di soccorso immediato per salvare il futuro di milioni di lavoratori!

Con questi livelli di (non) crescita la coperta pubblica è sempre più corta. Urge ridare fiato al PIL. E investire di più sulla previdenza privata.

C’è infatti una relazione diretta tra il tasso di crescita del PIL (prodotto interno lordo) e il rendimento dei contributi versati da ognuno di noi nella previdenza pubblica. Lo possiamo definire “rischio finanziario” della previdenza pubblica: la rivalutazione dei contributi è ancorata alla media quinquennale del PIL nominale. Già oggi in Italia questa media è negativa e le previsioni per il futuro sono addirittura più basse. Cosa significa? Che in termini reali, negli ultimi 4 anni, i nostri contributi pubblici non si stanno rivalutando. E, analizzando il trend negativo di tutti i paesi occidentali, presumibilmente non si rivaluteranno ancora per qualche anno.

Se “quando andrò in pensione” dipende soprattutto dai futuri allungamenti della speranza di vita, “quanta pensione avrò” dipende dallo sviluppo del paese. Il rischio pensionistico, in pratica, è tornato in capo a noi cittadini, che con il legame tra rendimento finanziario e PIL vediamo i nostri contributi esposti al rischio di mancata redditività. Redditività che invece, nei primi 6 mesi del 2012, c’è stata sulla previdenza complementare: un altro buon motivo per tutelare e diversificare i propri investimenti previdenziali affiancando ai versamenti pubblici versamenti volontari privati.

Inoltre, con il nuovo sistema “contributivo per tutti” noi lavoratori avremo esattamente ciò che abbiamo maturato individualmente. Con il contributivo puro, infatti, chi è fortunato, lavora con continuità e guadagna molto, avrà pensioni decenti. Chi ha carriere interrotte, redditi bassi e minor fortuna (o possibilità) avrà un destino assai gramo.

Per questo, l’Ocse ha richiesto di riflettere sul rapporto diretto tra contributi e pensioni e di stimolare le previdenze complementari. Il secondo pilastro, tuttavia, stenta a partire. I dati Covip al secondo trimestre 2012 sono, in questo senso, evidenti: sono ancora pochi i lavoratori che hanno un fondo pensione e tra questi molti non versano più o hanno versato importi minimi. Pochissimi i giovani iscritti. Chi arriva al termine del piano, vista la scarsità dell’eventuale prestazione, preferisce prendere il capitale anziché la rendita pensionistica.

I dati evidenziano l’assenza di compensazione privata alle previdenze pubbliche. L’unica eccezione sta nei forti tassi di crescita dei fondi pensione e dei Pip offerti dalle reti assicurative e finanziarie. I cittadini mostrano infatti una certa sensibilità al tema, purché qualcuno gli parli del loro futuro e li inviti a pensarci per tempo. Cosa che io sto cercando di fare quotidianamente, anche tramite questi brevi articoli.

Oltre all’impegno in prima persona degli attori del settore, servono però anche nuove decisioni ed ulteriori incentivi. Gli esempi ci sono, e non richiedono necessariamente denaro pubblico. C’è il modello tedesco di premio per chi adotta comportamenti di previdenza complementare, quello americano di spinta gentile e di facilitazione dei cittadini ad assumere decisioni, quello inglese dell’arruolamento automatico con libertà di uscita, le esperienze del binomio educazione finanziaria-consulenza messo in atto nel Regno Unito negli ultimi due anni.

Aldilà del modello di impostazione generale da scegliere, l’aspetto positivo è che ognuno di noi può fin da subito investire sul proprio futuro iniziando a valutare un progetto personale di pianificazione previdenziale.

Chiamami. Parliamo insieme del tuo futuro.

Fonte informazioni: Progetica Srl