Risparmi, pensioni, futuro: la miopia degli italiani

miopeIl dizionario della lingua italiana definisce miopia il “difetto della vista che consiste in una rifrazione dell’occhio, per cui gli oggetti distanti appaiono sfocati, mentre si vedono meglio le cose molto vicine”.

In tema di risparmi e soprattutto di previdenza gli italiani risultano miopi, dimostrando di non riuscire a focalizzarsi sul lungo termine: è questo, in estrema sintesi, ciò che emerge dal “Global Investment Trends Report 2014” un sondaggio realizzato lo scorso gennaio da Schroders, società di gestione del risparmio internazionale, che ha interpellato poco meno di 16mila persone residenti in 23 paesi, intenzionati a investire almeno 10mila euro il prossimo anno.

Gli italiani sono preoccupati e pensano spesso alla pensione ma non fanno un granché per costruirla. Al punto che paesi in cui il valore del risparmio è molto meno radicata che da noi, mostrano un’attenzione per il futuro pensionistico di molto superiore al nostro: è il caso della Gran Bretagna dove il 59% dei lavoratori risparmia per la pensione, mentre in Italia solo il 29% accantona qualcosa per avere in cambio, quando smetterà di lavorare, un reddito adeguato alle esigenze future.

Dunque, l’idea dei risparmiatori italiani “formiche”, pronte a riempire il salvadanaio contro ogni evenienza, va evidentemente rivista: la paura per un futuro incerto caratterizza – nonostante i primi segnali di ripresa dell’economia – ancora una quota maggioritaria degli italiani; ma ciò non si traduce in contromisure fattive. Di più: solo una sparuta minoranza dell’1% degli italiani intervistati dice di programmare gli investimenti con un obiettivo di oltre 10 anni, mentre solo il 14% indica un orizzonte tra 5 e 10 anni. Oltre i due terzi del campione, ben il 68% degli intervistati, arriva a costruire una prospettiva comunque non superiore ai 5 anni. Il 14%, inoltre, mira a ottenere ritorni soddisfacenti nell’immediato.

Il confronto internazionale che emerge dall’indagine è impietoso: solo il 17% degli italiani prende decisioni sul proprio denaro con una dinamica di oltre 5 anni, contro il 29% degli inglesi, il 36% dei francesi, il 32% dei tedeschi e il 16% degli spagnoli, i più simili a noi per miopia finanziaria. E’ da sottolineare inoltre il gap tra il 29% di chi risparmia e il 33% che mira a mantenere il proprio stile di vita in caso di perdita del lavoro o di riduzione dello stipendio, e il 29% dice di voler essere pronto a far fronte a eventuali emergenze. Questi dati confermano che è ancora il senso di precarietà di breve periodo a influire sulle scelte d’investimento degli italiani, prevalendo sui temi pensionistici.

Inoltre, l’indagine evidenzia come i due terzi degli italiani ritengano che l’investimento azionario presenti il maggior potenziale di rendimento nel 2014, ma allo stesso tempo oltre la metà (il 55%) intende mantenere una quota significativa dei propri risparmi in strumenti a basso rischio (a fronte del 44% del campione globale). Insomma, razionalmente c’è la consapevolezza della correttezza delle scelte, ma la stragrande maggioranza non compie scelte conseguenti.

“Tali risultati – si legge nell’indagine di Schroder – sembrano sostenere l’idea che in Italia gli investitori non abbiano ancora pienamente preso atto delle nuove esigenze poste sulla responsabilità individuale, a seguito del passaggio da un sistema pensionistico “retributivo” a uno “contributivo”. Il risparmio finalizzato resta ancora fuori dal mirino degli italiani: si accantona per prudenza, spesso per cautelarsi rispetto a una cautela generica, ma senza correlare le proprie scelte con le esigenze future: terreno di conquista di una consulenza finanziaria e previdenziale evidentemente insoddisfacente in termini quantitativi, oltre che qualitativi.

Pesa non solo e non tanto la crisi, quanto i retaggi culturali: le garanzie offerte dallo Stato nei decenni passati hanno sollevato l’individuo dall’onere di prendere in mano il proprio destino, previdenziale e non. Cambiare questo paradigma non è semplice, ma il caso inglese è esemplificativo: i sudditi di Sua Maestà, storicamente più propensi ai consumi rispetto al risparmio – fino ad eccessi di sovraindebitamento degli anni precedenti – sono ora coinvolti dall’operazione Nest, che li spinge ad aderire a strumenti di previdenza complementare per ridurre il rischio di vivere una vecchiaia in situazioni economiche indigenti. Un’operazione che ricorda in parte il silenzio/assenso italiano del 2007, ma accompagnato da un’attenta campagna di educazione finanziaria che sta rendendo consapevoli gli inglesi dell’importanza delle loro scelte individuali.

Iniziative come quella messa in campo negli ultimi anni dal governo britannico sono necessarie, visto che non si è portati a programmare per la pensione: secondo il sondaggio di Schroders il 46% degli intervistati globali ritiene la pensione una priorità, ma solo il 5% ha un orizzonte di almeno 10 anni, mentre il 61% è alla ricerca di rendimenti da 1 a 5 anni e il 12% addirittura entro l’anno. Insomma, siamo naturalmente portati al breve termine ma per costruire una vecchiaia serena è fondamentale ragionare sempre di più sul lungo periodo.

E il mio ruolo professionale e sociale è proprio questo: aiutare ed educare le persone a ragionare di più e meglio sulle proprie scelte e sul proprio futuro.

 

Fonti: Il Sole 24 Ore, Schroders

 

Quanto devo risparmiare per avere una pensione milionaria?

foto_Iniziare a mettere da parte una certa somma al mese da quando si è giovani, risulta molto utile per quando poi si andrà in pensione.

Per capire questa idea, bisogna cercare di capire prima quanti sono i soldi che si devono mettere da parte con cadenza mensile.

I media USA hanno pubblicato una tabella in cui viene mostrato come partendo da età diverse e con diversi tassi di rendimento, si può giungere all’età della pensione, a 65 anni, con più di un milione di dollari.

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Ad esempio con un tasso annuo del 6% se si inizia a risparmiare a 20 anni, mettendo da parte 361 dollari al mese, si può raggiungere il milione una volta andati in pensione. Se invece si vuole iniziare a 25 anni, i soldi da mettere da parte diventano 499 dollari.

I pessimi dati sulla disoccupazione giovanile mettono in evidenza come per molti ventenni e trentenni italiani la priorità sia soprattutto il presente e non solo il futuro ma il concetto di fondo è semplice: per chi ne ha la possibilità, è molto meglio iniziare a risparmiare quando si è giovani!

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Fonti:

http://www.businessinsider.com

http://www.wallstreetitalia.com

 

Italiani, popolo di risparmiatori

Gli investitori italiani benestanti risparmiano e investono oltre il 35% del reddito familiare mensile. E guardano all’Asia come destinazione favorita per i loro investimenti nei prossimi 12 mesi.

E’ quanto emerge dallo “European Wealth Index” elaborato da Schroders (società di asset management inglese) per il 2012 su 1.341 individui in 12 paesi europei. L’indagine, giunta alla seconda edizione, studia il comportamento degli investitori affluent – con un patrimonio investito di almeno 60.000 euro – analizzando la ripartizione del reddito fra risparmio, spese, investimenti e debito.

I risultati? Nonostante il clima di incertezza economica diffuso in tutta Europa, emerge un quadro di sostanziale solidità finanziaria per gli investitori benestanti, per cui risparmiare e investire per il futuro rappresentano delle priorità.

In particolare, è stato chiesto agli intervistati come viene generalmente ripartito il reddito familiare mensile: l’investitore italiano medio ha risposto che il 54% viene speso, il 35% risparmiato e investito, e l’11% accantonato per ripagare i debiti. I dati relativi all’Italia appaiono in linea con la media europea e indicano che, nonostante le difficili sfide economiche che il Paese deve affrontare, gli investitori italiani affluent tendono a rispettare le loro strategie di pianificazione finanziaria a lungo termine.

Quali sono le motivazioni sottostanti alla pianificazione finanziaria, specialmente nei casi in cui una quota sostanziale delle risorse è destinata al risparmio e agli investimenti?

Gli italiani hanno indicato come ragione primaria il desiderio di costituire un fondo di emergenza per far fronte agli imprevisti (42%), esigenza più sentita della pianificazione pensionistica (31%). A differenza di altri Paesi europei comunque, in Italia la gamma di esigenze che motiva la pianificazione finanziaria risulta particolarmente ampia. Per esempio, il 23% degli italiani – preceduti solo dagli spagnoli (25%) – cita fra le necessità il finanziamento dell’istruzione e degli studi universitari dei figli. Gli intervistati italiani sono anche i più propensi (13%) in Europa ad accantonare risorse per far fronte ai costi di assistenza all’infanzia.

Quanto alle aree più promettenti per investimenti orientati alla crescita, ben il 41% degli italiani ha risposto di guardare all’Asia-Pacifico per i prossimi 12 mesi, ma anche Europa centro-orientale (18%) e Medio Oriente (16%) sono apprezzati dagli investitori del Belpaese. Solo un italiano su cinque (22%), rispetto a una media Europea del 30%, crede invece ancora nel potenziale del mercato domestico.

Quali conclusioni possiamo trarre da questa ricerca?

In generale, possiamo dire che gli investitori europei medi, nonostante il difficile contesto, continuano a risparmiare e investire una quota significativa delle loro risorse e sono quindi in grado di conciliare le esigenze immediate con una pianificazione finanziaria a lungo termine. È inoltre positivo che gli italiani mostrino una certa convinzione e ottimismo sulle opportunità offerte dai mercati nel prossimo anno.

Non vorrei d’altra parte essere frainteso e scambiato per un inguaribile ottimista (pur ammettendo, in parte, di esserlo…). Da questa indagine infatti sono, naturalmente, escluse le fasce sociali più in difficoltà, che di certo non hanno tra le priorità quella di risparmiare e di investire e che purtroppo stanno aumentando numericamente negli ultimi anni. Il campione di riferimento è preciso e le considerazioni vanno fatte all’interno di questa parte di popolazione.

Dunque, per quanto riguarda la parte benestante del nostro paese, si può essere cautamente ottimisti per il futuro e si può continuare a cavalcare il luogo comune che ci definisce “popolo di risparmiatori”. E per fortuna, visto il nostro debito pubblico…o.O

Rivolgendomi a chi continua a risparmiare e tiene alla salvaguardia dei propri risparmi, dico che è ancora più fondamentale oggi continuare, o iniziare, ad avvalersi di una consulenza professionale qualificata al fine di adottare le decisioni finanziarie più opportune in linea con le proprie esigenze presenti e future.

Quali sono le tue esigenze? Parliamone insieme.

S.O.S. pensione

Mayday mayday mayday! Richiesta di soccorso immediato per salvare il futuro di milioni di lavoratori!

Con questi livelli di (non) crescita la coperta pubblica è sempre più corta. Urge ridare fiato al PIL. E investire di più sulla previdenza privata.

C’è infatti una relazione diretta tra il tasso di crescita del PIL (prodotto interno lordo) e il rendimento dei contributi versati da ognuno di noi nella previdenza pubblica. Lo possiamo definire “rischio finanziario” della previdenza pubblica: la rivalutazione dei contributi è ancorata alla media quinquennale del PIL nominale. Già oggi in Italia questa media è negativa e le previsioni per il futuro sono addirittura più basse. Cosa significa? Che in termini reali, negli ultimi 4 anni, i nostri contributi pubblici non si stanno rivalutando. E, analizzando il trend negativo di tutti i paesi occidentali, presumibilmente non si rivaluteranno ancora per qualche anno.

Se “quando andrò in pensione” dipende soprattutto dai futuri allungamenti della speranza di vita, “quanta pensione avrò” dipende dallo sviluppo del paese. Il rischio pensionistico, in pratica, è tornato in capo a noi cittadini, che con il legame tra rendimento finanziario e PIL vediamo i nostri contributi esposti al rischio di mancata redditività. Redditività che invece, nei primi 6 mesi del 2012, c’è stata sulla previdenza complementare: un altro buon motivo per tutelare e diversificare i propri investimenti previdenziali affiancando ai versamenti pubblici versamenti volontari privati.

Inoltre, con il nuovo sistema “contributivo per tutti” noi lavoratori avremo esattamente ciò che abbiamo maturato individualmente. Con il contributivo puro, infatti, chi è fortunato, lavora con continuità e guadagna molto, avrà pensioni decenti. Chi ha carriere interrotte, redditi bassi e minor fortuna (o possibilità) avrà un destino assai gramo.

Per questo, l’Ocse ha richiesto di riflettere sul rapporto diretto tra contributi e pensioni e di stimolare le previdenze complementari. Il secondo pilastro, tuttavia, stenta a partire. I dati Covip al secondo trimestre 2012 sono, in questo senso, evidenti: sono ancora pochi i lavoratori che hanno un fondo pensione e tra questi molti non versano più o hanno versato importi minimi. Pochissimi i giovani iscritti. Chi arriva al termine del piano, vista la scarsità dell’eventuale prestazione, preferisce prendere il capitale anziché la rendita pensionistica.

I dati evidenziano l’assenza di compensazione privata alle previdenze pubbliche. L’unica eccezione sta nei forti tassi di crescita dei fondi pensione e dei Pip offerti dalle reti assicurative e finanziarie. I cittadini mostrano infatti una certa sensibilità al tema, purché qualcuno gli parli del loro futuro e li inviti a pensarci per tempo. Cosa che io sto cercando di fare quotidianamente, anche tramite questi brevi articoli.

Oltre all’impegno in prima persona degli attori del settore, servono però anche nuove decisioni ed ulteriori incentivi. Gli esempi ci sono, e non richiedono necessariamente denaro pubblico. C’è il modello tedesco di premio per chi adotta comportamenti di previdenza complementare, quello americano di spinta gentile e di facilitazione dei cittadini ad assumere decisioni, quello inglese dell’arruolamento automatico con libertà di uscita, le esperienze del binomio educazione finanziaria-consulenza messo in atto nel Regno Unito negli ultimi due anni.

Aldilà del modello di impostazione generale da scegliere, l’aspetto positivo è che ognuno di noi può fin da subito investire sul proprio futuro iniziando a valutare un progetto personale di pianificazione previdenziale.

Chiamami. Parliamo insieme del tuo futuro.

Fonte informazioni: Progetica Srl

Previdenza integrativa: se non ora quando?

Stimolato dalla lettura di un recente articolo di Milano Finanza sulle pensioni e trattando quotidianamente questo fondamentale tema al fianco dei miei clienti, ho deciso di riprendere l’argomento “previdenza” e fare alcune sintetiche riflessioni.

L’articolo in questione sottolinea le incertezze nella determinazione dell’importo pensionistico in quanto derivante da molti elementi non predeterminabili (demografia, crescita del Pil italiano, crescita della retribuzione, continuità delle contribuzioni, ecc….) e la scarsità di informazioni precise che i cittadini ricevono dagli enti pubblici preposti, nonostante le numerose novità previste dalle ultime riforme.

I primi a prendere coscienza di cosa significa la riforma delle pensioni firmata Monti-Fornero sono stati gli esodati, ossia quell’esercito di lavoratori che aveva firmato piani di uscita anticipata dal lavoro contando sulla pensione, che ora non arriverà se non tra alcuni anni. Così si trovano in una trappola dalla quale è difficile uscire. Le aziende non sono disposte a riassumerli e mancano ammortizzatori sociali pensati per loro (anche se nelle ultime settimane il problema è stato parzialmente affrontato).

Ma se per gli esodati la doccia fredda è arrivata subito, per alcuni milioni di italiani rischia di arrivare tra qualche anno. Che la pensione pubblica sia destinata ad essere sempre più magra è cosa ormai nota. La recessione avrà un effetto negativo sull’assegno finale dal momento che la rivalutazione dei contributi versati è commisurata alla variazione media del Pil dell’ultimo quinquennio. Ma di quanto? Ancora nessuno lo sa perché l’Inps e gli altri enti di previdenza non dicono ai lavoratori l’esatta stima di pensione che ciascuno si può attendere. Eppure, conoscere l’importo del primo assegno che si otterrà è fondamentale nel far prendere coscienza ai cittadini dell’urgenza di costruirsi una pensione “di scorta”.

Se in questi giorni arrivasse nelle nostre case una lettera che spiega al lavoratore dipendente di trent’anni che potrà andare in pensione tra 66 e 69 anni con un assegno che nella peggiore delle ipotesi copre il 51% dell’ultimo stipendio (in quella migliore il 77%, in quella mediana il 62%), egli avrebbe la possibilità di pianificare il proprio futuro tenendo conto del fatto che tale assegno andrà in qualche modo integrato.

Se poi a ricevere la lettera fosse un lavoratore autonomo (mi sento coinvolto…) che dovrà fare i conti con un intervallo tra il 36% ed il 54% dell’ultimo stipendio, dopo lo shock iniziale (non da poco devo dire…) ci sarebbe sicuramente una seria riflessione su come correre ai ripari (io ho già riflettuto e ho già agito! E tu?).

Resta l’urgenza di costruire una pensione integrativa. E per aumentare la consapevolezza, la preparazione e la responsabilità dei singoli rispetto alla propria situazione previdenziale, servono programmi di educazione finanziaria.

Prima non c’era così tanto bisogno di spiegare, perché si sapeva che si andava in pensione con l’80% del proprio stipendio e le persone erano soddisfatte. Ora è cambiato tutto, occorre un solido mix tra spiegazione ed educazione su quello che sarà il nuovo sistema facendo capire chi avrà il 90%, chi il 37%, chi il 60%, quanto versare, qual è il vantaggio fiscale e in termini di avvenire che si potrà avere dalla previdenza complementare.

La recente riforma ha completato un percorso che ha portato la previdenza dal mondo del calcolo a quello della stima. E in tutti questi calcoli il tempo, come noto, è un prezioso alleato!

In questa condizione di incertezza il risparmiatore fatica a prendere decisioni di lungo termine al riguardo e la naturale conseguenza è l’immobilismo e di riflesso il mancato decollo in Italia della previdenza complementare.

Per uscire da questo immobilismo è fondamentale costruire un progetto personalizzato di pianificazione previdenziale e quindi:

1. Calcolare una stima della nostra futura pensione, anche come forbice tra un minimo ed un massimo;

2. Ottenere una proiezione di ciò che potremmo ottenere accantonando TFR e/o versamenti volontari in una forma pensionistica integrativa (considerando anche i considerevoli vantaggi fiscali che questa scelta comporta);

3. Avere una persona al nostro fianco che ci faccia da guida e che ad intervalli regolari di medio periodo segua l’andamento degli accantonamenti valutando le eventuali variazioni che possono intervenire in termini di redditualità, demografia, economia, ecc., apportando eventuali correttivi e tenendo sempre presente l’obiettivo di quel percorso.

Per i primi due punti, se vuoi avere delle prime (indicative) risposte personalizzate puoi accedere ad esempio alla “Calcolatrice Previdenziale” sul sito de Il Sole 24 Ore, creata in collaborazione con epheso e Mefop, in cui potrai determinare una stima della tua pensione con le nuove normative e valutare quantitativamente anche i termini di un’integrazione pensionistica (http://epheso.24oreborsaonline.ilsole24ore.com).

Per quanto riguarda il terzo punto e quindi la scelta di un Professionista che ti aiuti a costruire un progetto di pianificazione previdenziale e finanziaria ti invito a contattarmi, insieme valuteremo le tua attuale situazione e tutte le possibilità per costruire un futuro sereno!

Chiudo con una eloquente citazione di Groucho Marx:

“Mi interessa molto il futuro. E’ lì che passerò il resto della mia vita”