Investimenti finanziari: tre consigli sotto l’albero per vivere un meraviglioso 2017

christmas-money-1085019_960_720Spesso in questo periodo gli operatori finanziari delineano previsioni e scenari per il nuovo anno. Ma non sono tanto le previsioni sull’andamento dei mercati a fare la differenza quanto il comportamento dei singoli investitori.

In Italia anche quest’anno, così come lo scorso, la fine dell’anno coincide con una situazione bancaria parecchio complicata, che rischia di rovinare le Feste dei risparmiatori, mettendoli di fronte a scelte importanti e insinuando nuove preoccupazioni sulla sicurezza dei propri investimenti finanziari.

Nelle ultime settimane dell’anno ricevo sulla mia casella di posta decine e decine di commenti di analisti, gestori e “guru” vari contenenti le previsioni sull’andamento delle borse e delle diverse asset class per l’anno che verrà e le domande (retoriche) che mi pongo sono sempre le stesse: saranno davvero queste analisi a fare la differenza per i miei clienti? Devo sposare una di queste, quella che ritengo migliore e più credibile, e seguirla alla lettera? Oppure devo comprendere a fondo le loro esigenze e guidarli in un percorso di pianificazione finanziaria efficiente e coerente?

La mia opinione è la seguente: se hai qualche risparmio da parte e vuoi ottenere dei buoni risultati saranno le tue scelte a fare la differenza, non le previsioni.

  • Quali sono le scelte che possono fare davvero la differenza?

Azzeccare il titolo che nel 2017 guadagnerà il 250%? Investire tutto il patrimonio nel settore che guadagnerà più di tutti gli altri? Indovinare la valuta che si apprezzerà più di tutte?

Visto che non credo affatto nei maghi, nei santoni e nei guru, l’obiettivo di questo mio articolo non è certo quello di darti la “dritta” per raddoppiare in poco tempo i tuoi soldi.

In questa sede cercherò di darti 3 semplici consigli per proteggere il tuo patrimonio, evitare tutti i problemi seri ed iniziare a prendere il mano il tuo futuro finanziario.

1) Diversifica = non mettere tutte le uova nello stesso paniere

I grandi investitori, quelli che hanno tanti soldi, tante competenze e tanto tempo da dedicare unicamente a queste attività, concentrano i propri investimenti. Se tu ti ritieni il nuovo Warren Buffett, leggi tutti i libri sulla filosofia del Value Investing e segui il suo esempio, non ho altri grossi consigli da darti. A tutti gli altri, circa il 99,99% della popolazione mondiale, consiglio di avere l’umiltà di diversificare i propri investimenti in tante differenti soluzioni in modo da evitare i rischi più pericolosi. La migliore sintesi sta nella saggezza popolare: “non mettere tutte le uova nello stesso paniere”. Se mai questo paniere ti dovesse cadere, ti faresti troppo male (altro che frittata!).

2) Evita il rischio controparte = non legare la “sopravvivenza” del tuo denaro alla “sopravvivenza” di qualcun altro

Esistono soluzioni di investimento molto semplici che ti consentono di minimizzare o addirittura eliminare il rischio di controparte, ovvero il rischio di legare la “sopravvivenza” del tuo denaro alla “sopravvivenza” di qualcun altro. Questi strumenti sono gli OICR (Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio) e possono essere a gestione attiva (fondi comuni di investimento) o passiva (ETF – Exchange Traded Funds). In altre parole, se compri una singola azione o obbligazione dell’azienda XYZ e l’azienda XYZ fallisce, rischi di non avere mai più indietro i tuoi soldi, se invece compri un fondo di investimento che contiene 150 azioni e/o obbligazioni di 150 diverse aziende questo rischio non te lo assumi e puoi vivere serenamente.

3) Affidati ad un buon Consulente = non sopravvalutare le tue abilità finanziarie

Lo so, sono in pienissimo conflitto di interesse. Ma la scelta più importante per proteggere e far crescere il tuo patrimonio è proprio questa. Quando hai un problema di salute importante ti rivolgi al medico specialista. Quando hai un problema legale importante all’avvocato. Quando ti riduci all’ultimo secondo per comprare il regalo di Natale a tua moglie (!!!) al negoziante di fiducia. Perché per gestire i risparmi di una vita sei stra-convinto di saper fare tutto da solo?!?

Vi assicuro che chi ha seguito questi 3 semplici consigli ha trascorso un buon 2016, senza farsi minimamente influenzare da Brexit, elezioni americane, referendum costituzionale, nazionalizzazione del Monte dei Paschi di Siena, eccetera eccetera. Provare per credere.

E allora rifletti e fai le tue scelte. Se hai piacere, sono a tua disposizione per un confronto.

Nel frattempo ti auguro di trascorrere un Buon Natale e un meraviglioso anno nuovo!

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10 spunti sulla puntata di Report del 17/10

img_5768Lunedì 17 ottobre nella puntata “Occhio al portafoglio” della trasmissione Report andata in onda su RaiTre, si è parlato di investimenti e risparmi.

Essendo una trasmissione d’inchiesta, sono stati utilizzati toni “scandalistici” e molti contenuti sono stati trattati in maniera troppo superficiale.

Alcuni concetti di fondo però sono corretti e li vado ripetendo da anni (dentro e soprattutto fuori dai social network).

Ecco i 10 messaggi che dovresti fare tuoi:

1) Non esistono investimenti privi di rischio che crescono e basta, senza oscillazioni

2) No, non lo sono neanche i diamanti che la banca cerca di rifilarti facendoteli pagare il doppio del valore di mercato e applicandoti pure un bel 10% di commissione

3) Alcuni prodotti (fondi, polizze vita, ecc.) sono venduti dai funzionari bancari sotto le pressioni commerciali che arrivano dall’alto, in pieno conflitto d’interesse

4) Le banche vendono questi prodotti gravando il cliente di costi esagerati e movimentando eccessivamente il portafoglio per aumentare gli introiti della banca stessa (il consulente libero professionista può decidere in autonomia di non applicare la gran parte di queste commissioni: fare guadagnare i clienti è nel suo interesse di lungo periodo)

5) No, la soluzione non è quella di investire tutto in titoli in Stato (Bot, Btp, ecc.) solo perché costano poco. Oltre a rendere poco, hanno anche dei rischi non così trascurabili

6) In posta, la stragrande maggioranza del personale che oggi promuove prodotti finanziari fino a ieri spediva raccomandate

7) Anche a causa di questa bassa o nulla professionalità, all’ufficio postale sono stati venduti negli anni parecchi prodotti-ciofeca, come il fondo immobiliare Obelisco che ha perso l’80% del proprio valore

8) Anche l’investimento nel mattone è rischioso e va approcciato come qualsiasi altra forma di investimento

9) È probabile che i prezzi delle case scenderanno ancora nei prossimi anni, perché l’offerta supera ancora di gran lunga la domanda e le valutazioni sono, spesso, ancora troppo elevate (in alcuni casi lo sono “artificialmente”, per evitare di aggravare ulteriormente la situazione di bilancio delle banche che hanno in pancia un sacco di case)

10) Scegli un buon consulente che possa spiegarti bene queste cose, pianifica con lui un progetto di investimento coerente con i tuoi obiettivi e hai risolto il 98% dei tuoi problemi finanziari

Questa è la mia sintesi. Ora attendo i vostri commenti!

Se volete vedere la puntata completa, ecco il link: http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-3bfa7b8f-c813-4530-abaa-597c103d320a.html

QUANTO E’ SICURA LA TUA BANCA (NELL’ERA DEL BAIL-IN)?

bank cracChi metterebbe con tranquillità i propri soldi in una banca greca, oggi?

E quanti investitori stranieri investirebbero oggi i propri risparmi in un deposito di una banca italiana, non so…in Monte dei Paschi, in una BCC, in Carige?

Ormai è iniziata in Europa l’era del “bail-in”, ovvero quella situazione in cui sono i creditori ad accollarsi le perdite di un eventuale crack di una banca o di una corsa agli sportelli. Detto più semplicemente: avete depositato i vostri risparmi in una banca che poi fallisce? Amen, lo stato non vi garantirà più. Sarete voi stessi a essere chiamati in causa. Dunque tutti i clienti delle banche tradizionali, almeno quelli che non lo hanno ancora fatto e che hanno davvero a cuore i propri risparmi, dovrebbero dedicare la giusta attenzione alla scelta delle proprie controparti.

L’annuncio forte è arrivato ieri: l’Austria non garantirà più i depositi bancari; lo stato eliminerà insomma le garanzie finora assicurate ai depositi bancari, dopo aver ricevuto il via libera dall’Unione europea. D’altronde, la nuova legislazione sul bail-in è stata approvata dalla stessa Ue due anni fa.

Il rischio è talmente concreto che il sito Goldcore ha presentato un grafico, elencando i paesi che corrono il pericolo di vedere introdotto il tanto temuto regime (quello in cui i correntisti rischiano di perdere i loro depositi nel caso di crack della banca dove sono custoditi i loro risparmi).

bailin risk
Al primo posto, manco a dirlo, c’è la Grecia; seguono Portogallo e Spagna. Ma l’Italia non se la passa molto meglio e si aggiudica il quarto posto; poi Francia, Irlanda, Regno Unito, Stati Uniti, Giappone.

Il grafico elenca anche le aree geografiche in cui le banche sono più sicure: palma d’oro alla Svizzera; seguono Germania, Singapore, Canada, Australia, Norvegia, Olanda, Hong Kong.

Tornando al caso Austria, ecco come cambieranno le cose: al momento, gli austriaci hanno depositi garantiti fino a un valore di 100.000 euro; esattamente, la prima metà dalla banca, la seconda dallo stato. Le cose cambieranno a partire da luglio, quando lo Stato non garantirà più i depositi.

Di conseguenza, le banche, per far fronte all’eventualità di buchi di bilancio, dovranno creare un fondo speciale di assicurazione per i depositi bancari. Una volta costituito, il fondo sarà rimpinguato gradualmente nel corso dei successivi dieci anni, arrivando a un valore di 1,5 miliardi di euro.

In caso di fallimento di una grande banca nel periodo precedente, la legislazione permetterà al fondo di contrarre prestiti all’estero sebbene, stando alla fonte che ha riportato la notizia, Die Presse, non sia chiaro chi fornirà i finanziamenti e sulla base di quali termini.

In ogni caso, è chiaro che anche se il fondo fosse alla fine dotato dei finanziamenti previsti, il suo aiuto sarebbe ridicolo. L’ammontare di 1,5 miliardi di euro si confermerebbe infatti inadeguato a salvare i correntisti dal fallimento di una banca. La cifra rappresenta appena lo 0,8% dei depositi totali in Austria.

Die Presse cita l’esempio di Bank Corp in Bulgaria. Quando la banca fallì, aveva depositi per 1,8 miliardi di euro; ma sul fondo di assicurazione sui depositi, era presente solo 1 miliardo di euro.
Torna alla mente la dichiarazione del ministro delle finanze irlandese Michael Noonan che, il 27 giugno del 2013, affermò: “il bail in è ora la regola”. Noonan definì rivoluzionaria la decisione di non considerare più i depositi sacrosanti.

Ben presto anche i depositi di altre banche dell’Unione Europea potrebbero non essere più al sicuro.

Il giornale tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten scrive: “i correntisti dovranno effettuare ricerche in modo attento sulla situazione della banca in cui decideranno di parcheggiare i loro risparmi”.

IN AZIMUT E’ DA DIVERSI ANNI CHE CI SIAMO POSTI IL PROBLEMA E LO ABBIAMO RISOLTO TRAMITE SOLUZIONI TANTO SEMPLICI QUANTO EFFICACI.

Soluzioni basate sui principi della diversificazione, della trasparenza, della massima liquidabilità, costruite con il supporto di un team di analisti del credito altamente specializzati per selezionare gli istituti di credito, a livello internazionale, che meritano di gestire la liquidità nostra e dei nostri clienti.

Così abbiamo messo in sicurezza i risparmi a breve termine dei nostri clienti. In primis imprese ed imprenditori hanno compreso la pericolosità del rischio controparte, anche quando si parla di depositi bancari, ed hanno seguito i nostri consigli modificando la loro impostazione tradizionale di gestione della tesoreria a favore di strumenti più sicuri e diversificati. E lo hanno fatto anche molti risparmiatori privati.

Il mondo cambia in fretta ed è fondamentale tenere il passo. Incappare scioccamente in un default della propria banca mettendo a rischio i risparmi di una vita sarebbe un errore imperdonabile.

Fai la scelta giusta: CONTATTAMI

Fonti: WallStreetItalia, Goldcore, Lna, Die Presse

Spregiudicatezze e magagne bancarie: caro cliente, i pasti gratis non esistono

immDa anni si susseguono scandali e spiacevoli vicende che coinvolgono le banche e, di riflesso, i loro clienti. Ma, nonostante la reputazione degli istituti di credito sia in costante e deciso ribasso, sono ancora troppo pochi i risparmiatori che hanno piena consapevolezza di ciò che può accadere loro in circostanze di difficoltà. Per evitare sgradevoli inconvenienti è fondamentale comprendere che in finanza, come in qualunque altro ambito della vita, “i pasti gratis non esistono”.

Gli ultimi scandali di alcune banche popolari, Ubi, Etruria e Veneto Banca, aldilà delle differenze, dimostrano la necessità di intervenire sulla loro governance, trasformandole in società per azioni. L’autoreferenzialità delle popolari ha favorito gestioni dissennate e permette ancora egemonie prolungate di tanti banchieri con vere e proprie incrostazioni di potere. For example: il patriarca della Pop. di Sondrio Piero Melazzini (84 anni) dal 1987 è stato al vertice (dg e presidente) e da aprile 2014 è presidente onorario; Gianni Zonin (77 anni) è presidente della Vicenza da 25 anni; Giovanni De Censi (76 anni) nel 1975 è divenuto vicedg di CreVal, entrando nel 1994 nel Cda di cui è oggi presidente.

“Le difficoltà sono state acuite, anche in misura drammatica, dall’egemonia prolungata e incontrollata di una singola figura o di un gruppo di potere espressione di una minoranza”, ha affermato il direttore generale di Bankitalia Salvatore Rossi durante l’audizione in Parlamento del 17 febbraio scorso. Accorgersene prima, no?

Purtroppo, senza mettere in discussione la correttezza di tanti istituti cooperativi, in passato molte popolari hanno avuto derive giudiziarie, con cause differenti, ma con una matrice unica: la presenza di dominus con poteri incontrastati per effetto del circuito vizioso della rieleggibilità automatica da parte di gruppi ristretti di azionisti beneficiari. Si pensa ad esempio agli scandali Pop. di Novara (1993), Bipop (2002), Lodi (2005), Intra (2006) tutti imperniati su un padre padrone.

E quali sono state le conseguenze per i clienti? Per semplicità analizziamo oggi l’ultimo caso in ordine cronologico, quello di Veneto Banca (comparabile per numerosi aspetti a tanti altri, da Banca Marche a Cassa di Risparmio di Ferrara).

Le testimonianze raccolte da Il Sole 24 Ore, che dovranno ora trovare riscontro nei risultati dell’inchiesta, attestano che era prassi la richiesta di diventare soci in cambio di un finanziamento: tu cliente compri le mie azioni (non quotate) ed io banca in cambio ti concedo il mutuo o il fido. Il tutto senza alcun documento scritto, per non lasciare tracce. Anche in questo modo l’istituto gonfiava artificialmente il proprio capitale.

In tanti hanno vissuto l’investimento in azioni delle banche cooperative come una sorta di buona azione, salvo poi scoprire che spesso dietro la facciata c’è poca sostanza e che l’investimento magari non è così redditizio come si credeva. Anzi, che a vendere non sempre si riesce, specie nei momenti di crisi quando dei soldi ci sarebbe più bisogno e che non è nemmeno detto che si recuperi il capitale.

Perché il prezzo delle azioni di banche non quotate viene stabilito arbitrariamente dal management della banca stessa e, naturalmente, per venderle serve trovare un compratore, che non sempre esiste…

La consapevolezza è fondamentale e crearla nei risparmiatori è parte importante della mia attività di consulenza. Aiutare le persone e le aziende ad evitare le trappole e selezionare solo le soluzioni più idonee alle loro esigenze.

Se hai voglia di chiarirti ancor meglio le idee su questi temi contattami e sarò felice di darti il mio supporto!

Che cos’è una Bad Bank?

Img_2014_04_111Lo dice il nome stesso “bad” ovvero cattiva, ma che significa quando chiamiamo cattiva una banca?

Un istituto di credito può essere suddiviso in due parti:  quella “buona” (good bank) e appunto quella “cattiva” (bad bank). Nella banca buona convergono le parti sane dell’attività di credito, mentre nell’altra tutte le attività cosiddette “tossiche” ovvero i titoli spazzatura (legati magari a mutui non riscossi) e più in generale i crediti in sofferenza.

Costituire una bad bank significa creare quindi una società nella quale far defluire le maggiori passività dell’istituto, in modo che quest’ultimo possa continuare a lavorare nel migliore dei modi con bilanci più “puliti”. Nel frattempo la società costituita lavorerà al recupero dei crediti e delle passività grazie a professionisti del settore, ricollocando i titoli della bad bank sul mercato. Ma chi compra questi titoli? Spesso è lo Stato stesso ad intervenire direttamente, per evitare il crac bancario. Ricordiamo la presenza in questo caso dell’ESM, il Fondo Salva Stati europeo, creato appositamente per dare sostegno alle banche e ai governi in caso di rischio bancarotta di un istituto. Ma non solo, i crediti deteriorati possono anche essere acquisiti da fondi d’investimento tramite azioni ordinarie (come nell’ipotesi Unicredit e Intesa Sanpaolo di cui tanto si vocifera).

Ma come mai ultimamente si parla spesso di bad bank? Innanzitutto perché , secondo quanto stimato da Banca d’Italia, sulle spalle delle banche italiane pesano 300 miliardi di euro di crediti deteriorati e quindi, a detta di molti, è arrivato il momento anche per il bel Paese di spolverare l’ipotesi bad bank per i propri istituti.

A dirlo è stato proprio il numero uno di Bankitalia Ignazio Visco che, durante il discorso tenutosi l’8 febbraio in occasione del 20° convegno Assiom Forex, ha dichiarato apprezzamento per tutti quegli interventi “volti a razionalizzare la gestione dei crediti deteriorati con la creazione di strutture dedicate in grado di aumentare l’efficienza delle procedure e la trasparenza di quelli attivi […] Interventi più ambiziosi, da valutare anche nella loro compatibilità con l’ordinamento europeo, non sono da escludere e possono consentire di liberare, a costi contenuti, risorse da utilizzare per il finanziamento dell’economia”.

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A scaldare poi la cronaca economica e finanziaria i rumors che coinvolgono Intesa Sanpaolo, Unicredit e Mediobanca, istituti che già avrebbero pronti i propri piani di “smaltimento” delle passività tramite bad bank.

Ad oggi, in Italia, solo il Banco di Napoli alla fine degli anni ’90 adottò tale soluzione dopo essere stata acquisita dal Sanpaolo Imi di Torino, conferendo i crediti deteriorati in un veicolo dal nome SGA (Società Gestione Attività) che poi riuscì a recuperare circa il 90% dei crediti.

Certo è che l’Europa appoggerebbe con favore tali soluzioni, viste nell’ottica del “prevenire è meglio che curare”. Quello che infatti non si vuole ripetere è un episodio come quello che ha coinvolto Bankia: l’istituto spagnolo creò una bad bank da 54 miliardi di euro quando ormai era in pieno crac, un fallimento che costò all’Europa e al Fondo Salva Stati ben 37 miliardi di euro.

 

Fonti: Borsa Italiana, Iononcicascopiù

 

 

S&P taglia il rating a 18 banche italiane. Scegli l’indipendenza!

downgrade-Ieri sera l’agenzia Standard and Poor’s ha tagliato il rating di 18 banche italiane, facendo seguito al declassamento dell’Italia.

Il taglio del rating riguarda Unione di Banche Italiane (UBI) e Credito Emiliano (Credem), che scendono a ‘BBB-’; FGA Capital (FGA), Iccrea Holding (Iccrea), e MedioCredito Centrale (MedioCredito) a ‘BB+’; Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, e Banco Popolare Società Cooperativa a ‘BB’; Unipol Banca a ‘BB-’. Questi rating escono quindi dal creditwatch negativo. Solo per Banca Carige, oltre al declassamento, il rating resta sotto osservazione con implicazioni negative.

L’agenzia conferma invece i rating dei principali gruppi bancari italiani, Intesa SanPaolo, Unicredit e Mediobanca.

L’outlook resta comunque negativo su tutto il settore. Secondo Standard&Poor’s infatti le banche italiane stanno operando in un contesto con alti rischi, esposte a una recessione piu’ profonda di quanto previsto. Inoltre, fronteggiano rischi industriali aumentati per i piu’ alti costi del funding rispetto agli altri mercati dell’Eurozona.

In questo contesto è sempre più importante valutare bene COME investire i propri risparmi.

Diversificare il proprio portafoglio sul numero più elevato possibile di emittenti è essenziale. E, naturalmente, oltre agli emittenti è necessario diversificare gli investimenti per tipologia di strumento, area geografica, stile di gestione, valuta.

Inoltre in questo contesto è ancor più importante valutare bene A CHI affidare i propri risparmi.

Scegliere un intermediario indipendente è, oggi più che mai, la mossa vincente. Non essere legati ad una banca o ad un gruppo bancario è un vantaggio competitivo enorme sia per l’intermediario sia, soprattutto, per il cliente risparmiatore. Un vantaggio sotto ogni punto di vista: per la qualità dell’offerta, la maggiore efficienza, i minori costi, gli standard del servizio di consulenza, l’assenza di conflitto di interessi, le diverse esigenze di liquidità e di funding, eccetera eccetera…

I numeri lo dimostrano: guardate l’andamento negli ultimi anni del titolo Azimut a confronto con le principali banche italiane ed europee:

Azimut vs Banche

Last but not least, rivolgiti ad un Professionista serio, competente, affidabile, trasparente, disponibile, che sa ascoltarti.

E a quel punto rilassati…e goditi le vacanze!

Dunque, cosa aspetti a fare un salto di qualità?

Contattami.

 

Fonti: ADN Kronos, Azimut

Emergenza credito

emergenzaL’Italia sta per affrontare una nuova ondata di crisi del credito? Dall’analisi di più dati, quelli diffusi in primis da Bankitalia, la situazione del credito nel Bel Paese sembra non conoscere tregua.

“L’Italia è ancora una volta in piena emergenza credito”, afferma il Centro Studi Confindustria in un report pubblicato l’8 marzo. I dati diffusi da Bankitalia sui prestiti bancari concessi a famiglie e imprese nel primo mese dell’anno sono infatti preoccupanti. Secondo l’istituto centrale, nel mese di gennaio i prestiti erogati al settore privato sono scesi dell’1,6% su base annua rispetto al -0,9% di dicembre, registrando il calo maggiore degli ultimi 14 mesi. Più precisamente, i prestiti alle famiglie sono diminuiti dello 0,6% su dodici mesi (-0,5% a dicembre), quelli alle società non finanziarie del 2,8% (-2,2% a dicembre).

Su queste basi il CSC sottolinea il pericolo dell’arrivo di una nuova ondata di credit-crunch (“stretta del credito”) e attribuisce una netta responsabilità alle banche stesse “la flessione dei prestiti è più marcata di quella del Pil nominale e i dati indicano che è avvenuta prima la riduzione dell’offerta di credito, che è stata la principale causa della seconda recessione, e solo dopo è seguito il calo di domanda” afferma Confindustria.

Interessante esaminare in questa luce un’altra serie di dati, quelli derivanti da un’analisi della Cgia di Mestre. L’associazione Artigiani e Piccole Imprese veneta individua un’anomalia nel sistema del credito: l’81% circa degli oltre 1.335 mld di prestiti erogati dalle banche italiane è infatti concesso ad un esiguo 10% di gruppi e grosse società industriali (i cosiddetti clienti affidati) mentre il rimanente 19% viene destinato a famiglie, pmi e a lavoratori autonomi che di fatto costituiscono il 90% dei clienti delle banca. Non solo, dall’analisi della distribuzione del tasso d’insolvenza emerge che il 78,3% è concentrato proprio nelle mani di quel 10% che viene privilegiato nella concessione di credito. Giuseppe Bortolussi, segretario Cgia, afferma che “nei rapporti tra banche ed imprese tutto è clamorosamente rovesciato: chi riceve la quasi totalità dei prestiti presenta livelli di affidabilità bassissimi, mentre chi dimostra di essere un buon pagatore ottiene il denaro con il contagocce”.

Per concludere, citiamo anche un report di Mediobanca, il quale quantifica in 21 mld l’ammontare dei crediti dubbi (principale motivazione dell’attuale restrizione del credito) del sistema bancario italiano, ovvero di quanto le banche necessiterebbero per allineare i propri bilanci secondo le normative europee. Nel report emerge che la copertura media dei crediti dubbi delle banche italiane è pari al 39%, il 14% in meno rispetto alle media europea.

Come fare dunque per uscire da questa stretta? Sicuramente serve una forte risposta da parte delle istituzioni, che per troppo tempo hanno sottovalutato o mal gestito tale problema strutturale. Ma certo non è questa la sede più opportuna per affrontare nel dettaglio le possibili soluzioni di medio e lungo termine.

Per dare il nostro contributo concreto e favorire l’accesso al credito alle imprese e alle famiglie, noi del gruppo Azimut abbiamo costruito e rafforzato partnerships con alcuni importanti istituti di credito italiani ed esteri, riservando ai nostri clienti condizioni riservate e privilegiate.

Per saperne di più, contattami.

 

Fonti dati: Banca d’Italia, Centro Studi Confindustria, CGIA Mestre, Mediobanca Securities