“Non cercare l’ago nel pagliaio, comprati il pagliaio”

agopLe valutazioni obbligazionarie prospettano un punto di svolta. L’incertezza dello scenario esalta il valore della flessibilità, il ruolo cruciale della consulenza esperta e della delega di gestione.

“Capacità naturale dell’individuo di valutare e distinguere il logico dall’illogico, l’opportuno dall’inopportuno e di comportarsi in modo giusto, saggio ed equilibrato, in funzione dei risultati pratici da conseguire” così il dizionario italiano di Aldo Gabrielli definisce il buon senso, la saggezza applicata alla vita quotidiana.

La definizione dell’Oxford English Dictionary non si discosta molto: “il dono dell’intelligenza naturale propria degli esseri razionali … la schietta avvedutezza retaggio di ogni individuo …”.

Thomas Paine, amico di Benjamin Franklin e uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti, dedica al buon senso un saggio (Common Sense, 1776) nel quale esorta i cittadini delle colonie americane a ribellarsi alla Gran Bretagna di Giorgio III.

Dell’opportunità deI buon senso, non per una rivoluzione ma per l’accorta gestione dei risparmi, parla anche John Bogle, considerato uno dei “padri fondatori” dell’industria dei fondi di investimento negli Stati Uniti.

Di massicce dosi di buon senso ci sarebbe bisogno anche nel governo dell’Europa dove i leader nazionali sembrano incapaci di adottare e di adattarsi a maggiori gradi di flessibilità. Un personaggio dei fumetti degli anni ‘50 era capace di allungarsi, rimbalzare, estendersi propri come si può estendere e deformare una cosa di gomma. La forma grafica di Tiramolla, “figlio della gomma e della colla”, era di Giorgio Rebuffi, l’idea del personaggio flessibile di Roberto Renzi. Un altro Renzi, qualche decennio dopo, avrebbe sollecitato l’Europa e la Commissione Europea ad acconciarsi a maggiore flessibilità.

fumetto Tiramolla, 1953 (fonte www.ottag.it)

“Stop all’austerità”, titolavano i giornali francesi pochi giorni fa mentre il governo di Parigi apriva un fronte contro Bruxelles e contro la Germania. Alla Francia, la cui economia dipende in larga misura dalla domanda interna, una maggiore flessibilità è essenziale. Ed era scontata la reazione ostile della Germania, economia fortemente caratterizzata dalle esportazioni.

Cento anni fa, sui treni che li portavano al fronte i soldati scrivevano con il gesso frasi ottimistiche e spavalde: “à Berlin”, si leggeva sui treni francesi, “nach Paris” scrivevano i soldati tedeschi. Il nuovo conflitto non si consuma nelle trincee ma nelle stanze delle cancellerie dove si scontrano idee profondamente diverse su come uscire dalla stagnazione. E’ un confronto soprattutto sul piano temporale: nel breve termine ha senso la rivendicazione francese di sostegno ai consumi e alla domanda aggregata, nel medio periodo ha fondamento il rilievo tedesco che la credibilità di un’area economica passa anche dalla sostenibilità dei suoi conti pubblici.

Soldati tedeschi in partenza verso il fronte (fonte Archivio Panorama, Wikimedia Commons)

Nonostante l’aspro scambio di battute tra il governo francese e la Commissione Europea, che ha parlato attraverso il francese Moscovici, il rendimento del titolo decennale non sembra registrare i timori sulle condizioni delle pubbliche finanze della repubblica transalpina. Il decennale francese continua a rendere circa 1,20%, 30 punti base sopra il Bund tedesco, oltre 100 punti base sotto il BTP italiano, nonostante il nostro paese presenti un avanzo primario (cioè il saldo dei conti pubblici al netto del costo degli interessi sul debito) a livelli tedeschi, sopra il 2% del PIL.

Il differenziale tra il decennale italiano e francese è solo una delle diverse anomalie presenti nel mercato dei titoli governativi, le cui valutazioni tradiscono una diffusa incertezza:

  • in almeno dieci paesi europei i titoli pubblici con scadenza a due anni presentano rendimenti reali negativi, ed è curioso notare come i risparmiatori che li sottoscrivono sembrano felici di pagare per il privilegio di prestare denaro;
  • i prezzi delle opzioni sui futures dei rendimenti dei tassi a breve termine negli Stati Uniti incorporano il momento del “liftoff”, cioè il primo e decisivo aumento dei tassi da parte della Federal Reserve, nel secondo trimestre del 2015. Dopo il primo incremento, la struttura dei prezzi delle opzioni stima che i tassi ufficiali saliranno di un punto percentuale all’anno fino al 2016, una rilassata gradualità che non si è mai verificata nel passato.

Si possono leggere questi segnali come prossimità di una svolta, ragionevole attenderla nel livello dei rendimenti in Europa, schiacciati al pavimento.

I gestori obbligazionari conoscono bene il valore della convessità, cioè la velocità dell’adattamento del prezzo del titolo alla variazione dei tassi. A parità di duration il gestore cercherà di costruire un portafoglio quanto più convesso possibile per renderlo meno sensibile alla variazione dei tassi verso l’alto. Nassim Nicholas Taleb, autore del fortunato Cigno Nero, raccomanda il valore della convessità a investitori privati e istituzioni. Taleb parla di antifragilità (“l’antifragilità va al di là della resilienza e della robustezza”, Antifragile, Il Saggiatore 2013) ma intende convessità o, in termini più colloquiali, flessibilità, “la proprietà o la caratteristica di essere flessibile, facilità a piegarsi, e, in senso figurato, a variare, a modificarsi, ad adattarsi a situazioni o condizioni diverse” secondo il Dizionario Treccani.


Le emissioni societarie “investment grade” dei paesi emergenti offrono margini maggiori rispetto a quelle delle economie sviluppate (fonte Datastream, Julius Baer)

La compressione degli spread ha molto ridotto le opportunità nel segmento delle obbligazioni “investment grade” e ha alterato il rapporto rischio rendimento nelle emissioni cosiddette “high yield”. E’ uno scenario senza precedenti che rende obsolete, inefficienti, le strategie tradizionali nonostante le buone prove dimostrate in passato e che richiede da parte dell’investitore l’esercizio di buon senso e flessibilità, la capacità di “a variare, a modificarsi, ad adattarsi a situazioni o condizioni diverse”.

E’ opportuno tenere bassa l’esposizione al rischio tasso (il gestore professionale può anche fare leva sui tassi in salita con accorte posizioni “short”), allungare l’orizzonte temporale, abbassare la qualità delle emissioni. Investitori avversi al rischio preferiranno l’esposizione a titoli USA di buona qualità (da “A” a “AA”) e titoli governativi legati all’inflazione (TIPS). E’ una scelta che risponde alle esigenze di prudente diversificazione ma che non paga in termini di generazione di reddito. Per quest’ultimo sono necessari trend direzionali come quello fornito dalle obbligazioni emergenti governative e societarie in valuta forte, titoli denominati in valute con potenzialità di apprezzamento nelle economie sviluppate come in quelle emergenti.

Nell’immediato futuro il mercato obbligazionario deve fare i conti con un passaggio delicato, tassi in salita e decoupling tra Stati Uniti ed Europa, ma non è finito, e non sono finite le opportunità per l’investitore obbligazionario. John Bogle era solito ripetere “non cercare l’ago nel pagliaio, comprati il pagliaio”. Nella complessità, i fondi comuni e le soluzioni flessibili sono il pagliaio che racchiude i molti aghi della diversificazione di titoli, settori, strategie.

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Fonte articolo: L’Alpha e il Beta, Swiss & Global Asset Management

Aumento tasse di successione: prevenire è meglio che curare

clessE’ molto probabile che la prossima Legge di Stabilità preveda un aumento delle imposte di successione. Aumento che dovrebbe prevedere un innalzamento delle aliquote fiscali e un abbassamento della franchigia (oggi è pari ad 1 milione di euro per erede, domani, secondo le indiscrezioni, potrebbe passare a 200 o 300 mila euro).

Questo dovrebbe spingere tutti quanti a prestare la massima attenzione al passaggio generazionale dei patrimoni.

Immobili. Ancora una volta saranno gli immobili il principale bersaglio dell’ennesima e attesa riforma fiscale. Nel nostro Paese, dove oltre l’80% della popolazione è proprietaria di almeno una casa, gli immobili rappresentano la maggior parte dell’imponibile degli assi ereditari e nei trasferimenti a titolo gratuito sono soggetti oltre che alle imposte sulle donazioni e successioni, anche all’imposta ipotecaria e a quella catastale (rispettivamente pari al 2% e all’1% se non si tratta di prima casa). Per questa ragione (e per tante altre, una su tutte la bassa o addirittura negativa inflazione e la conseguente possibile “giapponesizzazione” dell’Italia) sarebbe opportuno per gli investitori vendere gli immobili diversi dalla prima casa (il controvalore approssimativo corrisponde a 1.400 miliardi di euro). Naturalmente occorrerebbe vendere a prezzi accettabili e soprattutto trovare gli acquirenti, cosa affatto scontata nello scenario odierno.

Strumenti finanziari. Resteranno probabilmente esenti da questo inasprimento alcune attività che anche oggi non rientrano nell’imponibile dell’asse ereditario ovvero titoli di Stato ed equiparati, risparmio postale e polizze vita. Le prime due sono le stesse a restare privilegiate anche sotto il profilo della tassazione dei rendimenti (ferma al 12,5% anziché al 26%), mentre le polizze vita  (da distinguere tra polizze di ramo I e polizze finanziarie) subiranno un’aliquota finale sulla plusvalenza maturata calcolata in funzione del contenuto (la quota parte investita in titoli di Stato ed equiparati sarà tassata al 12,5%, quella investita in azioni e obbligazioni private al 26%). Questo solo in caso di riscatto, perché se la polizza dovesse andare in beneficio causa decesso dell’assicurato, non sarebbe dovuto al fisco nemmeno il capital gain.

Pianificare è fondamentale. Sapete quanti sono gli italiani che fanno testamento? Un misero 8%. E sapete quanti sono gli inglesi che lo fanno? Quasi il 50%. E sapete perché? Semplice, per non farsi sottrarre dallo Stato buona parte del patrimonio! Facciamo un semplice esempio pratico: un genitore lascia in eredità al figlio 1 milione di euro. Secondo la legge attuale in Italia il figlio non pagherebbe nulla al fisco, in Germania pagherebbe 75mila euro, in Francia 195mila euro, in Inghilterra ben 250mila euro!

Ma la pianificazione successoria non comporta solamente la minimizzazione del carico fiscale presente e futuro, ma anche (e in alcuni casi soprattutto) la ripartizione del patrimonio secondo le proprie volontà e le linee concordate con il resto della famiglia e non quelle definite dallo Stato (per inciso, gli articoli del Codice Civile che disciplinano le successioni risalgono al lontano 1942…che dite, le famiglie di 72 anni fa sono le stesse di oggi o forse è cambiato qualcosa??). Non solo. Pianificando correttamente le scelte si potrà anche proteggere efficacemente la ricchezza a favore degli eredi designati.

Questi obiettivi combinati possono essere perseguiti utilizzando un mix personalizzato di strumenti giuridici e finanziari. In alcuni casi può essere sufficiente fare testamento e utilizzare strumenti fiscalmente efficienti come ad esempio le polizze vita, che permettono di destinare averi anche al di fuori dell’asse ereditario. In altri potrebbe risultare necessario combinare ulteriori strumenti di tutela e istituti giuridici.

L’importante è pensarci, magari facendosi guidare da un professionista. Perché se non ci pensi tu, ci pensa lo Stato.

Contattami per un check up.

Azimut Libera Impresa Tour

top_logoINNOVARE PER CRESCERE, QUESTA E’ LA SFIDA.

Grazie all’indipendenza da gruppi bancari, assicurativi e industriali, il Gruppo Azimut è sempre stato libero di scegliere la strada dell’innovazione, in Italia come all’estero.
Proseguendo questo cammino, Azimut ha ampliato il proprio modello di business con un’iniziativa inedita che ha l’obiettivo di offrire alle aziende soluzioni specifiche per ogni fase del loro ciclo di vita.

La sfida contemporanea per il sistema Italia è creare un percorso alternativo capace di superare le attuali complessità, salvaguardando le imprese solide e, al contempo, investendo nell’innovazione attraverso iniziative che favoriscano lo sviluppo e la crescita di nuove realtà imprenditoriali.

UN SUPPORTO CONCRETO PER IL SISTEMA ITALIA.

Il 29 e 30 gennaio Azimut ha presentato, a Milano Rho-Fiera, la propria piattaforma d’azione privata a sostegno delle imprese e del sistema Italia.
Un evento unico, che ha visto partecipare migliaia di imprenditori da tutt’Italia in una due giorni dedicata al “fare impresa”.
Attraverso l’intervento di importanti economisti, sociologi, giornalisti e soprattutto imprenditori, la piattaforma AZIMUT LIBERA IMPRESA ha individuato, per ogni fase del ciclo di vita di impresa, soluzioni concrete utili a supportare imprenditori e aziende ad alto potenziale.

20 APPUNTAMENTI DA MAGGIO A OTTOBRE, PER TRACCIARE LA VIA DELLA RIPRESA.

AZIMUT LIBERA IMPRESA è pronta a portare la sua nuova prospettiva in tutta Italia per incontrare e sostenere la volontà di tornare a “fare impresa” nel nostro Paese.
L’obiettivo di ogni appuntamento è coinvolgere le realtà locali per creare nuove sinergie d’azione tra aziende, imprenditori e investitori attraverso una giornata di Business Forum dedicato a sviluppare soluzioni efficaci per ogni fase del ciclo di vita di impresa.
Seguiteci mentre attraversiamo l’Italia: condivideremo con voi direzioni e idee alternative per continuare lungo la via dello sviluppo e della crescita.

Il tour è partito da Torino il 13 maggio e proseguirà lungo la penisola fino ad ottobre: su questo link potrete trovare l’elenco di tutte le città, le date, i programmi ed i contenuti relativi agli eventi che si sono già svolti:

Azimut Libera Impresa Tour

 

Risparmi, pensioni, futuro: la miopia degli italiani

miopeIl dizionario della lingua italiana definisce miopia il “difetto della vista che consiste in una rifrazione dell’occhio, per cui gli oggetti distanti appaiono sfocati, mentre si vedono meglio le cose molto vicine”.

In tema di risparmi e soprattutto di previdenza gli italiani risultano miopi, dimostrando di non riuscire a focalizzarsi sul lungo termine: è questo, in estrema sintesi, ciò che emerge dal “Global Investment Trends Report 2014” un sondaggio realizzato lo scorso gennaio da Schroders, società di gestione del risparmio internazionale, che ha interpellato poco meno di 16mila persone residenti in 23 paesi, intenzionati a investire almeno 10mila euro il prossimo anno.

Gli italiani sono preoccupati e pensano spesso alla pensione ma non fanno un granché per costruirla. Al punto che paesi in cui il valore del risparmio è molto meno radicata che da noi, mostrano un’attenzione per il futuro pensionistico di molto superiore al nostro: è il caso della Gran Bretagna dove il 59% dei lavoratori risparmia per la pensione, mentre in Italia solo il 29% accantona qualcosa per avere in cambio, quando smetterà di lavorare, un reddito adeguato alle esigenze future.

Dunque, l’idea dei risparmiatori italiani “formiche”, pronte a riempire il salvadanaio contro ogni evenienza, va evidentemente rivista: la paura per un futuro incerto caratterizza – nonostante i primi segnali di ripresa dell’economia – ancora una quota maggioritaria degli italiani; ma ciò non si traduce in contromisure fattive. Di più: solo una sparuta minoranza dell’1% degli italiani intervistati dice di programmare gli investimenti con un obiettivo di oltre 10 anni, mentre solo il 14% indica un orizzonte tra 5 e 10 anni. Oltre i due terzi del campione, ben il 68% degli intervistati, arriva a costruire una prospettiva comunque non superiore ai 5 anni. Il 14%, inoltre, mira a ottenere ritorni soddisfacenti nell’immediato.

Il confronto internazionale che emerge dall’indagine è impietoso: solo il 17% degli italiani prende decisioni sul proprio denaro con una dinamica di oltre 5 anni, contro il 29% degli inglesi, il 36% dei francesi, il 32% dei tedeschi e il 16% degli spagnoli, i più simili a noi per miopia finanziaria. E’ da sottolineare inoltre il gap tra il 29% di chi risparmia e il 33% che mira a mantenere il proprio stile di vita in caso di perdita del lavoro o di riduzione dello stipendio, e il 29% dice di voler essere pronto a far fronte a eventuali emergenze. Questi dati confermano che è ancora il senso di precarietà di breve periodo a influire sulle scelte d’investimento degli italiani, prevalendo sui temi pensionistici.

Inoltre, l’indagine evidenzia come i due terzi degli italiani ritengano che l’investimento azionario presenti il maggior potenziale di rendimento nel 2014, ma allo stesso tempo oltre la metà (il 55%) intende mantenere una quota significativa dei propri risparmi in strumenti a basso rischio (a fronte del 44% del campione globale). Insomma, razionalmente c’è la consapevolezza della correttezza delle scelte, ma la stragrande maggioranza non compie scelte conseguenti.

“Tali risultati – si legge nell’indagine di Schroder – sembrano sostenere l’idea che in Italia gli investitori non abbiano ancora pienamente preso atto delle nuove esigenze poste sulla responsabilità individuale, a seguito del passaggio da un sistema pensionistico “retributivo” a uno “contributivo”. Il risparmio finalizzato resta ancora fuori dal mirino degli italiani: si accantona per prudenza, spesso per cautelarsi rispetto a una cautela generica, ma senza correlare le proprie scelte con le esigenze future: terreno di conquista di una consulenza finanziaria e previdenziale evidentemente insoddisfacente in termini quantitativi, oltre che qualitativi.

Pesa non solo e non tanto la crisi, quanto i retaggi culturali: le garanzie offerte dallo Stato nei decenni passati hanno sollevato l’individuo dall’onere di prendere in mano il proprio destino, previdenziale e non. Cambiare questo paradigma non è semplice, ma il caso inglese è esemplificativo: i sudditi di Sua Maestà, storicamente più propensi ai consumi rispetto al risparmio – fino ad eccessi di sovraindebitamento degli anni precedenti – sono ora coinvolti dall’operazione Nest, che li spinge ad aderire a strumenti di previdenza complementare per ridurre il rischio di vivere una vecchiaia in situazioni economiche indigenti. Un’operazione che ricorda in parte il silenzio/assenso italiano del 2007, ma accompagnato da un’attenta campagna di educazione finanziaria che sta rendendo consapevoli gli inglesi dell’importanza delle loro scelte individuali.

Iniziative come quella messa in campo negli ultimi anni dal governo britannico sono necessarie, visto che non si è portati a programmare per la pensione: secondo il sondaggio di Schroders il 46% degli intervistati globali ritiene la pensione una priorità, ma solo il 5% ha un orizzonte di almeno 10 anni, mentre il 61% è alla ricerca di rendimenti da 1 a 5 anni e il 12% addirittura entro l’anno. Insomma, siamo naturalmente portati al breve termine ma per costruire una vecchiaia serena è fondamentale ragionare sempre di più sul lungo periodo.

E il mio ruolo professionale e sociale è proprio questo: aiutare ed educare le persone a ragionare di più e meglio sulle proprie scelte e sul proprio futuro.

 

Fonti: Il Sole 24 Ore, Schroders

 

Che cos’è una Bad Bank?

Img_2014_04_111Lo dice il nome stesso “bad” ovvero cattiva, ma che significa quando chiamiamo cattiva una banca?

Un istituto di credito può essere suddiviso in due parti:  quella “buona” (good bank) e appunto quella “cattiva” (bad bank). Nella banca buona convergono le parti sane dell’attività di credito, mentre nell’altra tutte le attività cosiddette “tossiche” ovvero i titoli spazzatura (legati magari a mutui non riscossi) e più in generale i crediti in sofferenza.

Costituire una bad bank significa creare quindi una società nella quale far defluire le maggiori passività dell’istituto, in modo che quest’ultimo possa continuare a lavorare nel migliore dei modi con bilanci più “puliti”. Nel frattempo la società costituita lavorerà al recupero dei crediti e delle passività grazie a professionisti del settore, ricollocando i titoli della bad bank sul mercato. Ma chi compra questi titoli? Spesso è lo Stato stesso ad intervenire direttamente, per evitare il crac bancario. Ricordiamo la presenza in questo caso dell’ESM, il Fondo Salva Stati europeo, creato appositamente per dare sostegno alle banche e ai governi in caso di rischio bancarotta di un istituto. Ma non solo, i crediti deteriorati possono anche essere acquisiti da fondi d’investimento tramite azioni ordinarie (come nell’ipotesi Unicredit e Intesa Sanpaolo di cui tanto si vocifera).

Ma come mai ultimamente si parla spesso di bad bank? Innanzitutto perché , secondo quanto stimato da Banca d’Italia, sulle spalle delle banche italiane pesano 300 miliardi di euro di crediti deteriorati e quindi, a detta di molti, è arrivato il momento anche per il bel Paese di spolverare l’ipotesi bad bank per i propri istituti.

A dirlo è stato proprio il numero uno di Bankitalia Ignazio Visco che, durante il discorso tenutosi l’8 febbraio in occasione del 20° convegno Assiom Forex, ha dichiarato apprezzamento per tutti quegli interventi “volti a razionalizzare la gestione dei crediti deteriorati con la creazione di strutture dedicate in grado di aumentare l’efficienza delle procedure e la trasparenza di quelli attivi […] Interventi più ambiziosi, da valutare anche nella loro compatibilità con l’ordinamento europeo, non sono da escludere e possono consentire di liberare, a costi contenuti, risorse da utilizzare per il finanziamento dell’economia”.

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A scaldare poi la cronaca economica e finanziaria i rumors che coinvolgono Intesa Sanpaolo, Unicredit e Mediobanca, istituti che già avrebbero pronti i propri piani di “smaltimento” delle passività tramite bad bank.

Ad oggi, in Italia, solo il Banco di Napoli alla fine degli anni ’90 adottò tale soluzione dopo essere stata acquisita dal Sanpaolo Imi di Torino, conferendo i crediti deteriorati in un veicolo dal nome SGA (Società Gestione Attività) che poi riuscì a recuperare circa il 90% dei crediti.

Certo è che l’Europa appoggerebbe con favore tali soluzioni, viste nell’ottica del “prevenire è meglio che curare”. Quello che infatti non si vuole ripetere è un episodio come quello che ha coinvolto Bankia: l’istituto spagnolo creò una bad bank da 54 miliardi di euro quando ormai era in pieno crac, un fallimento che costò all’Europa e al Fondo Salva Stati ben 37 miliardi di euro.

 

Fonti: Borsa Italiana, Iononcicascopiù

 

 

Quanto devo risparmiare per avere una pensione milionaria?

foto_Iniziare a mettere da parte una certa somma al mese da quando si è giovani, risulta molto utile per quando poi si andrà in pensione.

Per capire questa idea, bisogna cercare di capire prima quanti sono i soldi che si devono mettere da parte con cadenza mensile.

I media USA hanno pubblicato una tabella in cui viene mostrato come partendo da età diverse e con diversi tassi di rendimento, si può giungere all’età della pensione, a 65 anni, con più di un milione di dollari.

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Ad esempio con un tasso annuo del 6% se si inizia a risparmiare a 20 anni, mettendo da parte 361 dollari al mese, si può raggiungere il milione una volta andati in pensione. Se invece si vuole iniziare a 25 anni, i soldi da mettere da parte diventano 499 dollari.

I pessimi dati sulla disoccupazione giovanile mettono in evidenza come per molti ventenni e trentenni italiani la priorità sia soprattutto il presente e non solo il futuro ma il concetto di fondo è semplice: per chi ne ha la possibilità, è molto meglio iniziare a risparmiare quando si è giovani!

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Fonti:

http://www.businessinsider.com

http://www.wallstreetitalia.com

 

Chi si rivolge a un consulente finanziario ha più fiducia nel futuro

imagesAffidarsi a un consulente finanziario garantisce una maggiore fiducia nel proprio futuro finanziario. E’ questo ciò che emerge dal sondaggio Global Investor Pulse di BlackRock. Se il futuro infatti, preoccupa gli investitori, e anche vero che gli italiani si stanno attivando per migliorarlo. Il 46% del panel afferma di rivedere e controllare i propri risparmi e investimenti. Investimenti che continuano ad essere orientati sul breve termine; solo il 34% dichiara di risparmiare in un’ottica di lungo termine.

L’avversione al rischio degli italiani rimane molto elevata: il 58% degli intervistati non è disposto a correre alcun rischio con il proprio denaro, rispetto alla media europea del 53%. E circa la metà (41%) intende mantenere invariata la propria allocazione in liquidità nei prossimi 12 mesi, mentre solo il 23% pensa di ridurla, e il 25% intende incrementarla. Il 58% degli italiani ritiene importante ottenere un reddito dai propri investimenti, anche se solo il 27% afferma di conoscere i migliori investimenti che generano reddito disponibili oggi e circa la metà (43%) ritiene che attualmente gli investimenti orientati al reddito siano più rischiosi rispetto a cinque anni fa.

Sulle tipologie di investimento, le obbligazioni si confermano l’investimento preferito: il 52% degli investitori italiani ha in portafoglio titoli di Stato e il 34% detiene fondi obbligazionari indicizzati. Tuttavia, alla domanda sulla possibilità di ottenere gli stessi rendimenti dalle obbligazioni in futuro, il 40% degli italiani ha fornito una risposta negativa, mentre il 26% ha risposto in modo affermativo. Emerge quindi l’esigenza di aiutare le persone a definire correttamente le proprie aspettative circa gli investimenti obbligazionari, illustrando la necessità di prendere in considerazione strategie più dinamiche e flessibili.

Rispetto alla media europea (48%), gli italiani ritengono di avere scarso controllo sul proprio futuro finanziario (39%), ma è chiaro che chi considera seriamente la propria pianificazione finanziaria ha circa il doppio delle probabilità di sentirsi sicuro e di avere il controllo della situazione rispetto a coloro che non seguono questo approccio. Gli italiani che si rivolgono a consulenti finanziari professionisti (23%) si sentono molto più ottimisti, fiduciosi e sicuri di avere il controllo delle proprie finanze rispetto a quanti non si avvalgono della consulenza professionale. Oltre il 90% dei rispondenti che si rivolgono a un consulente finanziario è molto soddisfatto del servizio ricevuto, e l’89% ritiene che il costo sostenuto sia ampiamente giustificato.

Per Bruno Rovelli, head of investment advisory di BlackRock Italia: “La ricerca indica chiaramente che gli investitori italiani sono eccessivamente focalizzati sulle esigenze di breve termine, un atteggiamento che può incidere sulla loro capacità di preservare e accrescere il patrimonio nel lungo periodo. A causa del contesto macroeconomico incerto, gli italiani sono diventati estremamente prudenti e avversi al rischio. Un’ampia percentuale detiene liquidità e obbligazioni a basso rendimento, mentre il 55% dichiara di non fare investimenti”.

Per approfondire la ricerca: http://www.blackrockinvestments.it/investitori-privati/literature/investor-education/sondaggio-investor-pulse-2013-italia-it-it.pdf

 

Fonti:

www.advisoronline.it

www.blackrockinvestments.it