Una crescita senza confini

sestante mondo

Vi invito a leggere questo articolo pubblicato sul numero di febbraio di Wall Street Italia.

L’Amministratore Delegato di Azimut, Sergio Albarelli, rivela i driver di sviluppo per il 2018.

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Value Investing. A scuola (austriaca) di investimento

Il 20 settembre scorso ho organizzato un evento, in collaborazione con l’associazione culturale “Il dito nell’occhio”, dove abbiamo discusso 10 principi teorici di una particolare scuola di pensiero economico – la Scuola Austriaca di economia – applicabili concretamente in un sano processo di investimento.

Oltre al sottoscritto sono intervenuti Guglielmo Piombini, studioso del pensiero liberale e libertario e Giorgio Angiolini, responsabile delle strategie Value Investing del Gruppo Azimut.

Ho avuto il grande piacere di parlare di questi contenuti anche insieme a Francesco Carbone, autore del bellissimo e molto seguito podcast economico e finanziario Il Truffone, del quale sono stato ospite nella puntata numero 81 pubblicata proprio oggi.

Ecco il link per ascoltare la puntata:

IT081: La buona teoria economica può aiutarci negli investimenti?

Buon ascolto!

Assicurazioni, Fmi: con tassi bassi un quarto gruppi Ue rischia default

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Lo si legge nel Global Financial Stability Report. In Eurozona serve più qualità asset banche, che continua a deteriorarsi, per sbloccare il credito.

In un contesto prolungato di tassi bassi diversi gruppi assicurativi del ramo vita attivi in Europa rischiano di finire sotto uno stress crescente e risultare insolvibili. A rischiare sono in particolare quelli di medie dimensioni. A dirlo è l’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria mondiale del Fondo Monetario Internazionale.

Dagli stress test effettuati dalla European Insurance and Occupational Pensions Authority emerge che il 24% di quei gruppi potrebbe non essere in grado rispettare requisiti di solvibilità in un contesto caratterizzato per un lungo periodo di tempo da bassi tassi di interesse.

A creare uno scenario di interessi sotto zero in zona pericolo in molte economie industrializzate sono state la paura rappresentata dallo spauracchio deflazione e le prospettive di un continuo allentamento monetario. “Nell’area euro” in particolare, precisa il Fondo, “quasi un terzo dei bond sovrani a breve e lunga scadenza ora ha rendimenti negativi”.

Passando all’analisi dell’economia reale, il Fondo ritiene che sia impossibile che si sblocchi il credito finché la qualità degli asset delle banche, che è andata deteriorandosi nel 2014, non migliorerà. Farlo è indispensabile, suggerisce sempre il Fmi, rivolgendosi agli istituti di credito di Eurolandia. Nel rapporto si spiega che nell’Eurozona “la qualità degli asset ha continuato a deteriorarsi nel 2014 sebbene a un passo più lento con prestiti incagliati ora oltre i 900 miliardi di euro”. Una cifra definita “ampia rispetto alla dimensione dell’economia di riferimento”.

Il rapporto specifica inoltre che la distribuzione di quei prestiti inesigibili è distribuita in modo squilibrato: solo in Italia, Irlanda, Grecia, Cipro, Portogallo e Spagna il totale supera i 600 miliardi di euro. Non a caso, ricorda il rapporto, in Italia, Grecia, Cipro, Irlanda, Portogallo e Slovenia la maggioranza – se non tutte – le banche coinvolte nell’Asset Quality Review della Banca centrale europea hanno mostrato asset in sofferenza per il 10% o più dello loro esposizione complessiva.

Alla luce di queste considerazioni, il Fondo dice che le aziende devono “diversificare le fonti di finanziamento” spostandosi dalle banche al mercato dei capitali. “Nonostante il balzo dell’accesso al mercato dei capitali, esso rappresenta solo il 36% circa del sistema”, si legge nel documento.

L’insieme dei fattori racchiusi in questo nuovo contesto sta provocando e provocherà inevitabilmente nel futuro prossimo conseguenze inaspettate e particolari. E’ necessario prevenire e ponderare le proprie scelte finanziarie per evitare di incappare in qualche spiacevole trappola.

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI

BANCHE: scegliete con attenzione con quali istituti di credito operare, tenendo sul conto corrente il minimo indispensabile per le spese correnti. Diversificate le vostre controparti. (Leggi il mio precedente articolo)

ASSICURAZIONI: potete scegliere compagnie tradizionali per le polizze di puro rischio. Per gli investimenti finanziari, inseriti all’interno di contenitori assicurativi, meglio rivolgersi a compagnie di rilievo e soprattutto che si occupano SOLO di quello.

INVESTIMENTI: selezionate strumenti diversificati, liquidi e che minimizzano (o eliminano!) il rischio emittente. Aprite la mente. Meglio rivolgersi a società INDIPENDENTI, evitate le banche tradizionali.

CONSULENTE: rivolgetevi ad un bravo consulente per fare queste scelte. Farà la differenza.

Fonti: WallStreetItalia, mt-DaC

Disclaimer

TFR lavoratori dipendenti: meglio in azienda o sulla previdenza complementare?

tfr €I lavoratori dipendenti entro sei mesi dall’assunzione sono chiamati a decidere cosa fare del proprio Trattamento di Fine Rapporto (TFR). Il lavoratore può scegliere di: mantenere il TFR presso il datore di lavoro; destinare il TFR ad una forma pensionistica complementare.

Anche chi è già da diversi anni un lavoratore dipendente e ha mantenuto il TFR in azienda, può in ogni momento decidere di destinare alla previdenza complementare le quote di TFR che matura  successivamente alla scelta. Il TFR maturato fino a quel momento resta accantonato presso il datore di lavoro e sarà liquidato alla fine del rapporto di lavoro.

ADESIONI INDIVIDUALI O COLLETTIVE

I lavoratori dipendenti possono aderire ad un Fondo Pensione Aperto secondo due modalità:

A. Adesione individuale con TFR: consiste nell’adesione del lavoratore che conferisce, per il tramite del datore di lavoro, almeno il TFR più un eventuale contributo volontario.

B. Adesione collettiva con TFR + contributo datore di lavoro: può essere effettuata stipulando tra i lavoratori di un’azienda ed il proprio datore di lavoro un accordo che definisce le contribuzioni che saranno versate al Fondo Pensione insieme al TFR. Per il lavoratore che si iscrive tramite un’adesione collettiva versando il contributo previsto dall’accordo, il datore di lavoro è obbligato a versare a sua volta un contributo aggiuntivo al Fondo Pensione al quale ha aderito. Ciò consente di aumentare i versamenti e, a parità di altre condizioni, di ottenere una pensione complementare più alta.

I VANTAGGI DELL’ADESIONE AD UN FONDO PENSIONE APERTO

L’adesione ad un fondo pensione aperto offre notevoli vantaggi rispetto al mantenimento del TFR in azienda e la possibilità di avere maggiori rendimenti in futuro.

Nello specifico, scegliere di destinare il proprio TFR al Fondo Pensione consente di beneficiare dei seguenti vantaggi:

– Migliore tassazione in sede di prestazioni: al netto della rivalutazione, il montante del fondo pensione viene tassato con un’aliquota del 15%, che decresce con il numero di anni di adesione fino ad arrivare al 9%. La liquidazione del TFR lasciato in azienda subisce, invece, una tassazione separata in base all’aliquota media degli ultimi anni lavorativi (dal 23% al 43%).

– Migliori condizioni per anticipazioni e riscatti: le anticipazioni percepite per sostenere spese sanitarie e le somme percepite a titolo di riscatto saranno tassate, come le prestazioni, con un’aliquota variabile massima del 15%, decrescente fino al 9% dopo 35 anni di partecipazione. Le anticipazioni percepite per altri motivi (acquisto e ristrutturazione della prima casa e per altre esigenze del lavoratore), saranno invece tassate nella misura fissa del 23%. Le anticipazioni del TFR lasciato in azienda sconterebbero invece dello stesso regime di tassazione delle prestazioni, in base all’aliquota media degli ultimi anni lavorativi (dal 23% al 43%).

– Ottenere il riscatto immediato per perdita dei requisiti: l’adesione collettiva, rispetto a quella individuale, consente il riscatto totale anche in caso di licenziamento o dimissioni.

Un ulteriore vantaggio, spesso non considerato, è quello che potremmo definire rischio controparte. Soprattutto in un contesto di stagnazione economica le aziende possono attraversare periodi di difficoltà finanziarie. Non sono così rare, ahimè, situazioni di ritardo nella liquidazione del TFR o addirittura di mancata liquidazione per problemi di liquidità o per fallimento. Destinare il TFR ad un Fondo Pensione significa non essere legati al datore di lavoro ed avere dunque un livello di tutela più elevato.

A questo proposito, vi racconto un aneddoto. A fine gennaio ho incontrato un ex dipendente di una importante cooperativa del nostro territorio, purtroppo fallita qualche mese fa. Credeva molto nel suo lavoro e nella cooperativa, a tal punto che investiva i suoi risparmi nella cooperativa stessa, tramite il cosiddetto prestito sociale. Nel momento in cui la cooperativa è fallita ha perso (o comunque gravemente compromesso) in un sol colpo il proprio reddito da lavoro, la sua liquidazione e tutti i suoi risparmi. Credo sia sempre saggio diversificare, in ogni ambito della nostra vita. Non trovate?

VERSAMENTI AGGIUNTIVI

Oltre al TFR il lavoratore aderente può decidere di effettuare ulteriori versamenti individuali scegliendo liberamente l’ammontare e la periodicità dei contributi. Non ci sono importi minimi o costi operativi sui versamenti. L’aderente inoltre gode della totale indipendenza nella gestione delle contribuzioni, che possono essere sospese e riattivate in qualsiasi momento, senza alcun costo.

I contributi versati alle forme di previdenza complementare, escluso il TFR, saranno interamente deducibili dal reddito Irpef fino a un massimo di Euro 5.164,57 annui.

Ne deriverà per l’aderente un risparmio fiscale che varia in funzione del livello del reddito. Ai fini  dell’applicazione del limite massimo di deducibilità, saranno conteggiati anche gli eventuali contributi a carico del datore di lavoro. Sono deducibili anche i contributi versati a favore dei familiari a carico.

Sarebbero tanti altri gli aspetti da approfondire e naturalmente ogni situazione ha le proprie peculiarità: contattami per ulteriori informazioni.

Chi ha tempo non aspetti tempo

tempoAnche le decisioni di lungo termine, come ad esempio il risparmio previdenziale, dipendono dal carattere e dall’educazione finanziaria degli individui. La finanza comportamentale spiega perché le decisioni pensionistiche vengono procrastinate, mettendo a rischio la qualità della vita futura.

Esiste una storia che racconta di un vecchietto bislacco che aveva pianificato di spendere ogni suo avere fino al compimento dell’ottantesimo anno di età, giorno in cui pensava sarebbe morto. Ma la sera del compleanno, scoprendo di non esser morto, si ritrovò povero in canna, in lacrime, costretto a dipendere dalla generosità di altri. “Orsù” esclama uno dei presenti “vorrà dire che per questa notte l’albergo ve lo pagherò io”. “Grazie … ma … e domani?”
“Beh, domani speriamo che Ella muoia”.

Lo strambo personaggio di Achille Campanile resta un ottimo esempio di ciò che non si deve fare e cioè pianificare la gestione dei propri risparmi, anche quelli previdenziali, affidandosi alle sensazioni.

La nostra mente riconosce il rischio nelle componenti della paura, la classica situazione di pericolo, e dell’incertezza, la condizione dell’ignoto che rende prudenti. Nel risparmio previdenziale sono assenti entrambe le componenti, non si prova paura né si percepisce l’incertezza del futuro remoto perché l’attenzione è concentrata nel breve termine. Ciò che consumiamo subito “vale” di più di quello che consumeremo in futuro. Gli economisti e gli psicologi cognitivi parlano di “pervasiva svalutazione del futuro” perché non si percepiscono in modo adeguato le conseguenze dei comportamenti assunti nel presente, ed è questa la ragione per cui si rischia di rimandare nel tempo la pianificazione pensionistica.

Gli economisti usano il modello del ciclo di vita per studiare la relazione tra consumo, risparmio e tempo, ed il risparmio altro non è che consumo differito nel futuro. L’ipotesi del ciclo di vita messa a punto da Franco Modigliani presuppone che le scelte di consumo di un individuo massimizzino le utilità sotto il vincolo del reddito disponibile, in altre parole si risparmia da giovani, quando si beneficia di un reddito pieno, per conservare le medesime abitudini di consumo da vecchi, quando il reddito della pensione sarà verosimilmente inferiore. Un po’ come il vecchietto Achille, il consumatore razionale tende a consumare le proprie sostanze ad un tasso stabile nel tempo, il risparmio svolge il ruolo di ponte tra i piani temporali del presente e del futuro.

Purtroppo le cose nel mondo reale sono un po’ più complicate. Nella realtà non esiste l’homo oeconomicus dell’economia classica, quello che non ne sbaglia una perché sceglie sempre sulla base di razionalità, e non esiste neppure il consumatore razionale.

La riforma della previdenza complementare nel 1993 e soprattutto il passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo istituito nel 1995 hanno aumentato l’importanza della pianificazione finanziaria ai fini pensionistici, ed è di conseguenza cresciuta la responsabilità individuale nella pianificazione del risparmio di lungo periodo, nella gestione delle abitudini di consumo.

Il dibattito di queste settimane sulla destinazione di parte del Trattamento di Fine Rapporto nella busta paga dei lavoratori va correttamente letto nello snodo delle scelte di consumo intertemporali, nella maggiore responsabilità degli individui sulla qualità della loro vita una volta in pensione. Scegliere di avere maggior disponibilità di denaro subito comporta la rinuncia ad accantonare risorse per il futuro.

Barbara Alemanni dell’Università di Genova e Caterina Lucarelli dell’Università delle Marche hanno condotto uno studio sugli effetti delle componenti comportamentali sulla pianificazione finanziaria di lungo termine. La ricerca, disponibile anche presso Mefop, la società per lo sviluppo dei fondi pensione italiani (Mefop, Working Paper nr 37/2014), è stata condotta su un campione di 645 persone, di cui 234 gestori professionali, trader e consulenti finanziari. I risultati mostrano come individui impulsivi e fortemente emotivi, con scarsa educazione finanziaria, siano i meno disposti verso la programmazione di lungo termine. “Tratti della personalità e componenti emotive influenzano la probabilità di detenere piani pensionistici” spiega Alemanni.

La propensione all’accantonamento previdenziale aumenta tra coloro che hanno maggiore familiarità con gli investimenti e, soprattutto, tra coloro che si avvalgono della consulenza professionale. Lo studio dimostra l’influenza delle caratteristiche personali sulle scelte che determineranno la futura qualità della vita una volta terminata l’attività lavorativa.

La programmazione finanziaria ha a che fare con l’incertezza del futuro e quando si ha a che fare con il rischio le emozioni, come la speranza o la paura, giocano un ruolo critico.

Il problema messo in luce dagli studiosi è che nel caso della pianificazione previdenziale non si avverte il rischio, il futuro è percepito lontano, quasi estraneo. Per ovviare a questa difficoltà, per fare percepire in modo concreto la inevitabile realtà dell’invecchiamento, in alcuni paesi europei i consulenti finanziari utilizzano programmi di visualizzazione che “invecchiano” virtualmente il volto del cliente: la rappresentazione nella realtà virtuale dell’invecchiamento ha l’effetto, voluto, di “spaventare”, di costringere a pensarsi in quella dimensione. Vedersi invecchiati di trenta o quarant’anni favorisce la decisione di pianificare opportunamente il risparmio.

Esempio di visualizzazione dell’invecchiamento virtuale con l’”Avatar digitale” (fonte B. Alemanni, Mefop)

Si tratta di un espediente utile, forse necessario, perché le emozioni sono una condizione del presente.

Quando si gestisce da soli il proprio risparmio, ordinario o previdenziale, le emozioni e l’impulsività rischiano di generare decisioni sbagliate, provando paura quando non si dovrebbe e magari uscendo dai mercati quando non si dovrebbe, e viceversa.

Walter Benjamin è stato un intellettuale geniale, celebre il suo brano sull’”angelo della storia” in relazione ad un acquerello di Paul Klee.

“C’è un quadro di Klee che si intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto”.

Lo sguardo dell’angelo della storia è rivolto al passato mentre una tempesta lo costringe a tenere le ali distese e “lo spinge irresistibilmente nel futuro”.

Ernst Paul Klee, Angelus Novus (1920)

I risparmiatori, scrive Paolo Legrenzi nel suo “Perché gestiamo male i nostri risparmi” (ll Mulino 2013), sono un po‘ come l’Angelus Novus di Klee, “vanno verso il futuro con gli occhi rivolti al passato“.

Non riusciamo a guardare avanti senza distogliere gli occhi dallo specchietto retrovisore perché migliaia di anni di evoluzione non ci hanno “programmati” a vedere correttamente l’orizzonte di lungo termine, siamo intrappolati nelle emozioni dell’immediato.

L’attenzione eccessiva al breve termine comporta un altro rischio, presentato da Legrenzi all’interno di un suo ciclo di Lezioni, il paradosso per cui, “sarebbe meglio, per il benessere dei nostri risparmi, che il loro andamento non ci stesse troppo a cuore. Perché, se ci sta molto a cuore, finiamo per controllare troppo spesso come vanno, Seguire con apprensione gli alti e i bassi dei risparmi innesca errori nella scelta dei momenti di entrata/uscita dai mercati”.

Annotazione che può riuscire utile in questi giorni di marcata volatilità.

Fonte articolo: l’Alpha e il Beta, Swiss & Global Asset Management

“Non cercare l’ago nel pagliaio, comprati il pagliaio”

agopLe valutazioni obbligazionarie prospettano un punto di svolta. L’incertezza dello scenario esalta il valore della flessibilità, il ruolo cruciale della consulenza esperta e della delega di gestione.

“Capacità naturale dell’individuo di valutare e distinguere il logico dall’illogico, l’opportuno dall’inopportuno e di comportarsi in modo giusto, saggio ed equilibrato, in funzione dei risultati pratici da conseguire” così il dizionario italiano di Aldo Gabrielli definisce il buon senso, la saggezza applicata alla vita quotidiana.

La definizione dell’Oxford English Dictionary non si discosta molto: “il dono dell’intelligenza naturale propria degli esseri razionali … la schietta avvedutezza retaggio di ogni individuo …”.

Thomas Paine, amico di Benjamin Franklin e uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti, dedica al buon senso un saggio (Common Sense, 1776) nel quale esorta i cittadini delle colonie americane a ribellarsi alla Gran Bretagna di Giorgio III.

Dell’opportunità deI buon senso, non per una rivoluzione ma per l’accorta gestione dei risparmi, parla anche John Bogle, considerato uno dei “padri fondatori” dell’industria dei fondi di investimento negli Stati Uniti.

Di massicce dosi di buon senso ci sarebbe bisogno anche nel governo dell’Europa dove i leader nazionali sembrano incapaci di adottare e di adattarsi a maggiori gradi di flessibilità. Un personaggio dei fumetti degli anni ‘50 era capace di allungarsi, rimbalzare, estendersi propri come si può estendere e deformare una cosa di gomma. La forma grafica di Tiramolla, “figlio della gomma e della colla”, era di Giorgio Rebuffi, l’idea del personaggio flessibile di Roberto Renzi. Un altro Renzi, qualche decennio dopo, avrebbe sollecitato l’Europa e la Commissione Europea ad acconciarsi a maggiore flessibilità.

fumetto Tiramolla, 1953 (fonte www.ottag.it)

“Stop all’austerità”, titolavano i giornali francesi pochi giorni fa mentre il governo di Parigi apriva un fronte contro Bruxelles e contro la Germania. Alla Francia, la cui economia dipende in larga misura dalla domanda interna, una maggiore flessibilità è essenziale. Ed era scontata la reazione ostile della Germania, economia fortemente caratterizzata dalle esportazioni.

Cento anni fa, sui treni che li portavano al fronte i soldati scrivevano con il gesso frasi ottimistiche e spavalde: “à Berlin”, si leggeva sui treni francesi, “nach Paris” scrivevano i soldati tedeschi. Il nuovo conflitto non si consuma nelle trincee ma nelle stanze delle cancellerie dove si scontrano idee profondamente diverse su come uscire dalla stagnazione. E’ un confronto soprattutto sul piano temporale: nel breve termine ha senso la rivendicazione francese di sostegno ai consumi e alla domanda aggregata, nel medio periodo ha fondamento il rilievo tedesco che la credibilità di un’area economica passa anche dalla sostenibilità dei suoi conti pubblici.

Soldati tedeschi in partenza verso il fronte (fonte Archivio Panorama, Wikimedia Commons)

Nonostante l’aspro scambio di battute tra il governo francese e la Commissione Europea, che ha parlato attraverso il francese Moscovici, il rendimento del titolo decennale non sembra registrare i timori sulle condizioni delle pubbliche finanze della repubblica transalpina. Il decennale francese continua a rendere circa 1,20%, 30 punti base sopra il Bund tedesco, oltre 100 punti base sotto il BTP italiano, nonostante il nostro paese presenti un avanzo primario (cioè il saldo dei conti pubblici al netto del costo degli interessi sul debito) a livelli tedeschi, sopra il 2% del PIL.

Il differenziale tra il decennale italiano e francese è solo una delle diverse anomalie presenti nel mercato dei titoli governativi, le cui valutazioni tradiscono una diffusa incertezza:

  • in almeno dieci paesi europei i titoli pubblici con scadenza a due anni presentano rendimenti reali negativi, ed è curioso notare come i risparmiatori che li sottoscrivono sembrano felici di pagare per il privilegio di prestare denaro;
  • i prezzi delle opzioni sui futures dei rendimenti dei tassi a breve termine negli Stati Uniti incorporano il momento del “liftoff”, cioè il primo e decisivo aumento dei tassi da parte della Federal Reserve, nel secondo trimestre del 2015. Dopo il primo incremento, la struttura dei prezzi delle opzioni stima che i tassi ufficiali saliranno di un punto percentuale all’anno fino al 2016, una rilassata gradualità che non si è mai verificata nel passato.

Si possono leggere questi segnali come prossimità di una svolta, ragionevole attenderla nel livello dei rendimenti in Europa, schiacciati al pavimento.

I gestori obbligazionari conoscono bene il valore della convessità, cioè la velocità dell’adattamento del prezzo del titolo alla variazione dei tassi. A parità di duration il gestore cercherà di costruire un portafoglio quanto più convesso possibile per renderlo meno sensibile alla variazione dei tassi verso l’alto. Nassim Nicholas Taleb, autore del fortunato Cigno Nero, raccomanda il valore della convessità a investitori privati e istituzioni. Taleb parla di antifragilità (“l’antifragilità va al di là della resilienza e della robustezza”, Antifragile, Il Saggiatore 2013) ma intende convessità o, in termini più colloquiali, flessibilità, “la proprietà o la caratteristica di essere flessibile, facilità a piegarsi, e, in senso figurato, a variare, a modificarsi, ad adattarsi a situazioni o condizioni diverse” secondo il Dizionario Treccani.


Le emissioni societarie “investment grade” dei paesi emergenti offrono margini maggiori rispetto a quelle delle economie sviluppate (fonte Datastream, Julius Baer)

La compressione degli spread ha molto ridotto le opportunità nel segmento delle obbligazioni “investment grade” e ha alterato il rapporto rischio rendimento nelle emissioni cosiddette “high yield”. E’ uno scenario senza precedenti che rende obsolete, inefficienti, le strategie tradizionali nonostante le buone prove dimostrate in passato e che richiede da parte dell’investitore l’esercizio di buon senso e flessibilità, la capacità di “a variare, a modificarsi, ad adattarsi a situazioni o condizioni diverse”.

E’ opportuno tenere bassa l’esposizione al rischio tasso (il gestore professionale può anche fare leva sui tassi in salita con accorte posizioni “short”), allungare l’orizzonte temporale, abbassare la qualità delle emissioni. Investitori avversi al rischio preferiranno l’esposizione a titoli USA di buona qualità (da “A” a “AA”) e titoli governativi legati all’inflazione (TIPS). E’ una scelta che risponde alle esigenze di prudente diversificazione ma che non paga in termini di generazione di reddito. Per quest’ultimo sono necessari trend direzionali come quello fornito dalle obbligazioni emergenti governative e societarie in valuta forte, titoli denominati in valute con potenzialità di apprezzamento nelle economie sviluppate come in quelle emergenti.

Nell’immediato futuro il mercato obbligazionario deve fare i conti con un passaggio delicato, tassi in salita e decoupling tra Stati Uniti ed Europa, ma non è finito, e non sono finite le opportunità per l’investitore obbligazionario. John Bogle era solito ripetere “non cercare l’ago nel pagliaio, comprati il pagliaio”. Nella complessità, i fondi comuni e le soluzioni flessibili sono il pagliaio che racchiude i molti aghi della diversificazione di titoli, settori, strategie.

Contattami per saperne di più.

Fonte articolo: L’Alpha e il Beta, Swiss & Global Asset Management

Aumento tasse di successione: prevenire è meglio che curare

clessE’ molto probabile che la prossima Legge di Stabilità preveda un aumento delle imposte di successione. Aumento che dovrebbe prevedere un innalzamento delle aliquote fiscali e un abbassamento della franchigia (oggi è pari ad 1 milione di euro per erede, domani, secondo le indiscrezioni, potrebbe passare a 200 o 300 mila euro).

Questo dovrebbe spingere tutti quanti a prestare la massima attenzione al passaggio generazionale dei patrimoni.

Immobili. Ancora una volta saranno gli immobili il principale bersaglio dell’ennesima e attesa riforma fiscale. Nel nostro Paese, dove oltre l’80% della popolazione è proprietaria di almeno una casa, gli immobili rappresentano la maggior parte dell’imponibile degli assi ereditari e nei trasferimenti a titolo gratuito sono soggetti oltre che alle imposte sulle donazioni e successioni, anche all’imposta ipotecaria e a quella catastale (rispettivamente pari al 2% e all’1% se non si tratta di prima casa). Per questa ragione (e per tante altre, una su tutte la bassa o addirittura negativa inflazione e la conseguente possibile “giapponesizzazione” dell’Italia) sarebbe opportuno per gli investitori vendere gli immobili diversi dalla prima casa (il controvalore approssimativo corrisponde a 1.400 miliardi di euro). Naturalmente occorrerebbe vendere a prezzi accettabili e soprattutto trovare gli acquirenti, cosa affatto scontata nello scenario odierno.

Strumenti finanziari. Resteranno probabilmente esenti da questo inasprimento alcune attività che anche oggi non rientrano nell’imponibile dell’asse ereditario ovvero titoli di Stato ed equiparati, risparmio postale e polizze vita. Le prime due sono le stesse a restare privilegiate anche sotto il profilo della tassazione dei rendimenti (ferma al 12,5% anziché al 26%), mentre le polizze vita  (da distinguere tra polizze di ramo I e polizze finanziarie) subiranno un’aliquota finale sulla plusvalenza maturata calcolata in funzione del contenuto (la quota parte investita in titoli di Stato ed equiparati sarà tassata al 12,5%, quella investita in azioni e obbligazioni private al 26%). Questo solo in caso di riscatto, perché se la polizza dovesse andare in beneficio causa decesso dell’assicurato, non sarebbe dovuto al fisco nemmeno il capital gain.

Pianificare è fondamentale. Sapete quanti sono gli italiani che fanno testamento? Un misero 8%. E sapete quanti sono gli inglesi che lo fanno? Quasi il 50%. E sapete perché? Semplice, per non farsi sottrarre dallo Stato buona parte del patrimonio! Facciamo un semplice esempio pratico: un genitore lascia in eredità al figlio 1 milione di euro. Secondo la legge attuale in Italia il figlio non pagherebbe nulla al fisco, in Germania pagherebbe 75mila euro, in Francia 195mila euro, in Inghilterra ben 250mila euro!

Ma la pianificazione successoria non comporta solamente la minimizzazione del carico fiscale presente e futuro, ma anche (e in alcuni casi soprattutto) la ripartizione del patrimonio secondo le proprie volontà e le linee concordate con il resto della famiglia e non quelle definite dallo Stato (per inciso, gli articoli del Codice Civile che disciplinano le successioni risalgono al lontano 1942…che dite, le famiglie di 72 anni fa sono le stesse di oggi o forse è cambiato qualcosa??). Non solo. Pianificando correttamente le scelte si potrà anche proteggere efficacemente la ricchezza a favore degli eredi designati.

Questi obiettivi combinati possono essere perseguiti utilizzando un mix personalizzato di strumenti giuridici e finanziari. In alcuni casi può essere sufficiente fare testamento e utilizzare strumenti fiscalmente efficienti come ad esempio le polizze vita, che permettono di destinare averi anche al di fuori dell’asse ereditario. In altri potrebbe risultare necessario combinare ulteriori strumenti di tutela e istituti giuridici.

L’importante è pensarci, magari facendosi guidare da un professionista. Perché se non ci pensi tu, ci pensa lo Stato.

Contattami per un check up.