Il grande valore del risparmio per il futuro dei giovani

imm_Ieri mattina ho letto con interesse l’articolo “Generazione Y: risparmiano poco e con prudenza“, pubblicato su Italia Funds People.

Il tema di fondo è il rapporto tra i giovani e la finanza: dai dati del Quaderno n.3/2015 appena pubblicati da Assogestioni emergono questi elementi principali relativi alla Generazione Y, ovvero i giovani nati dal 1980 in poi:

– i giovani risparmiano poco: la quota di sottoscrittori con età compresa tra i 26 e i 35 anni è scesa in un biennio dall’8% al 6,9% del totale

investono con eccessiva prudenza: il 38,7% sceglie principalmente i fondi obbligazionari e dedicano ai fondi azionari solo l’8% del proprio investimento, al di sotto della media registrata

diversificano poco gli investimenti: oltre il 70% degli under 35 lo ha fatto solo in un fondo italiano, mentre circa 1 su 4 si spinge ad investire in due o più fondi

per i consigli difficilmente si rivolgono ad un professionista: nel 70% dei casi per scegliere una forma di risparmio e investimento un giovane sotto i 35 anni parla in primo luogo con la propria famiglia

La conclusione principale che ne traggo è la forte necessità di consulenza qualificata per ottimizzare queste risorse ed aiutare i miei coetanei nella gestione e soprattutto nella finalizzazione degli investimenti. La cultura finanziaria non è sufficientemente diffusa e scarseggia la propensione alla pianificazione economica del proprio futuro. Del resto, per la nostra generazione, è davvero difficile pianificare il futuro in un contesto così complicato, sotto ogni profilo, come quello attuale. Ma è quanto mai necessario.

Le previsioni sui movimenti della ricchezza finanziaria italiana indicano infatti che la Generazione Y sarà protagonista indiscussa dei prossimi dieci anni: in un decennio il 65% della ricchezza finanziaria passerà di mano e i principali clienti dei professionisti della consulenza finanziaria saranno gli under 35.

Se la distanza tra i giovani e il risparmio è dunque certezza matematica, lo è anche all’interno del mondo dei professionisti della consulenza: i promotori under 30, secondo l’Albo dei promotori finanziari, sono solo il 2% del totale della popolazione. Un livello troppo basso per una professione che oggi vede il 43% degli iscritti all’Albo con più di 50 anni, il 40% compreso tra i 40 e 50 anni, e il 15% tra 30 e 40 anni.

Io faccio parte di questa esigua minoranza e mi propongo come guida per portare i giovani ad avere una nuova consapevolezza del valore del risparmio per i loro progetti futuri!

E in questo senso ho un’esperienza concreta da descrivere brevemente: la mia.

Ho iniziato la mia attività di consulente finanziario nel 2008. Ho aperto la partita IVA e ho iniziato a cercare i primi clienti. Per i primi tempi, naturalmente, le spese superavano di gran lunga le entrate, senza la possibilità quindi di accantonare quote di risparmio. Appena sono riuscito a sviluppare un certo business e a raggiungere un discreto equilibrio finanziario ho condiviso con il mio consulente finanziario di fiducia, me stesso :-), i miei obiettivi di vita personali – partendo da quelli prioritari – e definendo in quale orizzonte temporale raggiungerli. Dopodiché ho stimato le risorse necessarie per realizzare questi progetti e ho scelto le soluzioni più efficienti per centrare questi obiettivi.

Mi sono posto soprattutto obiettivi di medio-lungo periodo e ho pertanto scelto un approccio finanziario piuttosto aggressivo, con una alta percentuale di azioni. Uno dei miei primi investimenti finanziari personali fu un piano di accumulo di 100 euro al mese su un fondo azionario che investe nei mercati emergenti asiatici, sottoscritto nel 2010. E’ ancora attivo: rendimento di periodo ad oggi 74,80%, su base annua 12,73%. Non male direi…

La pianificazione e la costanza nel perseguire i miei obiettivi mi ha consentito proprio pochi giorni fa di realizzare uno dei miei progetti principali: versare l’anticipo per l’acquisto della prima casa.

Utopia? Realtà? I numeri non mentono e sono pronto a metterli a vostra disposizione. Vi assicuro che senza un piano finanziario coerente e strutturato avrei fatto scelte ben diverse e oggi vivrei un presente molto meno sereno!

Da sempre ripeto che la pianificazione finanziaria è una disciplina per mettere la finanza al servizio dei nostri progetti.

E siccome tutti abbiamo progetti…perché non tutti abbiamo un piano finanziario?

Vuoi valutarne uno tagliato sulle tue esigenze? Compila il form e sarai contattato:

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L’importanza della pianificazione finanziaria

Img_181Risparmiatori senza obiettivi finanziari ben definiti, privi di un’adeguata conoscenza e di piani per rispondere alle esigenze future. Questo il quadro che esce da una ricerca di Natixis Global Asset Management, che evidenzia come più di tre risparmiatori italiani su cinque (61%) non abbiano obiettivi ben definiti e come ben il 69% degli intervistati non abbia un piano finanziario per raggiungerli. La mancanza di obiettivi precisi fa sì che gli individui si trovino allo sbaraglio, in un contesto finanziario che richiede invece un livello di preparazione sempre più elevato. Di qui la necessità della consulenza. Un bisogno avvertito anche dagli stessi privati. Dalla ricerca di Natixis GAM emerge, infatti, che il 44% degli intervistati riconosce di avere necessità di una migliore conoscenza finanziaria. Questo spiega perché il 79% degli italiani investa solo in prodotti che può comprendere.

Si conferma quindi il ruolo chiave della consulenza finanziaria. “I risparmiatori italiani si stanno rivolgendo sempre più verso consulenti professionali che li possano guidare verso il raggiungimento dei risultati di investimento desiderati”, si legge nella ricerca, dalla quale si apprende che il 72% degli intervistati italiani utilizza in qualche modo un consulente. Il rischio di base è che senza il sostegno di consulenti e promotori finanziari, i risparmiatori rimangano bloccati in un’impasse tra rischio e rendimento, rimanendo in bilico, quindi, tra rendimento e sicurezza. E, soprattutto nel nostro Paese, i risparmiatori sono profondamente combattuti. Mentre il 63% afferma che la crescita della ricchezza rappresenta una priorità rispetto alla protezione del capitale, il 66% è disposto ad assumersi solo un rischio minimo, anche se ciò significa sacrificare il rendimento. E ben il 75% continua a scegliere la sicurezza rispetto alla performance.

Il rischio più grande al quale un privato va incontro è che, senza un piano finanziario, le probabilità di realizzare i propri obiettivi diminuiscono. E se in questo scenario di fondo aggiungiamo anche l’istinto e l’emotività, la situazione potrebbe peggiorare. Sempre secondo Natixis, quasi l’80% degli intervistati compie scelte di investimento sulla base dell’istinto. Inoltre, solo una minima percentuale di soggetti riesce a percepire il ruolo che l’emotività può giocare sul raggiungimento degli obiettivi. Ecco che occorre quindi una guida che possa aiutare gli investitori a capire il profilo di rischio del proprio portafoglio in modo da strutturare un piano finanziario per il futuro e monitorare l’andamento dei propri investimenti nel tempo.

Fonte: http://www.iononcicascopiu.it

La prossima generazione: educazione finanziaria e ruolo del consulente

ed fin“Conoscere per deliberare” è una celebre citazione di Einaudi, i maliziosi dicono perché è il titolo della prima delle Prediche Inutili pubblicate nel 1955. In ogni caso è un monito che non perde vigore e la conoscenza è indispensabile anche in una saggia pianificazione dei propri investimenti.

Ricevo settimanalmente via mail – e spesso condivido su questo blog – le lezioni del Professore di psicologia cognitiva Paolo Legrenzi che, in collaborazione con la società di investimento Swiss & Global AM, analizza il tema della finanza comportamentale e della consulenza finanziaria da diversi e sempre interessanti punti di vista.

L’argomento dell’ultima lezione è di grande attualità: le prospettive del futuro delle famiglie italiane e, nel complesso, del paese, partendo dai problemi di pianificazione finanziaria.

In effetti, il paese altro non sarà che la prossima generazione formata dai figli-eredi di ciascuna famiglia. Che cosa erediteranno?

Ecco l’opinione del Prof. Legrenzi:

“Erediteranno un capitale umano, dovuto alla loro formazione. Questo si sommerà – non in ogni famiglia – a un cumulo di risparmi trasmesso dalle generazioni precedenti. Se consideriamo il tema della pianificazione delle famiglie, possiamo pensare che un buon capitale umano possa compensare i risparmi, se pochi o nulli, ma non viceversa. Se poi consideriamo il quadro complessivo del paese, la situazione non è rosea perché nel 2014 abbiamo avuto soltanto 509mila nascita e 600mila decessi: il bilancio peggiore da quando è nata l’Italia come stato unitario. I dati Istat sono preoccupanti anche perché già oggi molti dei ragazzi, tra quelli formati bene, e quindi competitivi a livello internazionale, vanno a lavorare all’estero impoverendo così il futuro capitale umano del paese. La povertà di capitale umano spiega anche l’altro lato della vicenda, e cioè la scarsa qualità dei risparmi cumulati che verranno trasmessi. Il quadro qui è negativo perché non si è ancora riusciti, nella maggior parte dei casi, a sostituire dalla mente della maggioranza dei risparmiatori la psicologia ingenua che impedisce la comprensione di una buona gestione dei risparmi, in particolare la diversificazione del portafoglio. Di fronte a questa constatazione, si aprono tre questioni, affrontate e discusse in questi anni.

Eccole:

1. il tentativo di sostituire il consulente con un’adeguata educazione finanziaria;

2. il concepire l’educazione finanziaria come supporto di accompagnamento al lavoro del consulente, così da poter capire meglio quello che fa il consulente sul nostro portafoglio;

3. preparare un’architettura della decisione tale per cui il risparmiatore, autonomamente, è meno vittima, anche inconsapevolmente, di distorsioni cognitive sistematiche.

Di queste tre vie la prima non funziona: più volte ho cercato di dimostrare che la conoscenza dei nostri errori sistematici non implica diventarne esenti, soprattutto quando abbiamo a che fare con i nostri soldi.
La seconda via, meno pretenziosa, è quella che suggerisco nei nostri incontri e che cerco di incoraggiare con queste lezioni.La terza è la via è più paternalistica, e va oggi di moda. Sulla natura di questa terza via mi voglio soffermare più a lungo.
Facciamo un esempio di architettura della decisione volta a favorire i risparmiatori. Maya O. Shaton, una ricercatrice israeliana che ha appena conseguito un dottorato all’Università di Chicago, ha analizzato un’opportunità di studio che si è creata in Israele (cfr. The Display of Information and Household Investment Behavior, novembre 2014, in rete). L’autorità di controllo israeliana ha recentemente proibito ai fondi pensione di mostrare ai risparmiatori, nel loro estratto conto mensile, il rendimento dei loro investimenti nel mese precedente. Quello che vede un risparmiatore, a differenza del passato, non è il rendimento di un mese, bensì quello di un anno. Anche dopo questo cambio di regole e procedure, è sempre possibile ritrovare il rendimento dell’ultimo mese. Basta sottrarre al rendimento dell’anno appena terminato il rendimento annuale maturato alla fine del mese precedente. Il vero cambiamento dunque riguarda soltanto ciò che si vede al primo colpo d’occhio. Per ritrovare la vecchia informazione si deve fare un calcolo, non complicato ma oneroso sul piano dei costi cognitivi. Quindi non si tratta di un cambiamento di informazioni,  ma di un mutamento nella gerarchia di accessibilità delle informazioni. Si tratta insomma di un esempio d’intervento sull’architettura della scelta: quanto spesso il risparmiatore interviene sul portafoglio a seconda di come gli viene presentato il rendimento? La nuova disposizione punta sulla pigrizia dei risparmiatori che, in questo caso, ha effetti benefici. Infatti vengono meno spaventati dalla volatilità mensile, in particolare dalle perdite che fanno molta paura, senza costringerli a guardare il loro estratto una sola volta all’anno (o ancora più raramente). Le persone vengono cioè tenute informate in modi che sfruttano la loro pigrizia. In effetti, Maya Shaton ha mostrato che i risparmiatori scelgono così in modo più saggio, coerente e meditato, con un beneficio per i loro risparmi. E tuttavia, in realtà, non sono consapevoli del perché in tal modo fanno meglio, né della loro pigrizia. Non si tratta cioè di autentica educazione finanziaria, ma di sfruttamento, a fin di bene, dell’ignoranza finanziaria.

Personalmente ho forse una distorsione professionale, essendo professore. Credo tuttavia che, alla lunga, sia meglio capire a fondo come stanno le cose invece di ricorrere a mezzi paternalistici. Se gli scenari cambiano, chi ha capito bene i meccanismi della buona gestione riesce a trasferire la sua consapevolezza anche a nuovi contesti. Al contrario i benefici indotti dall’architettura della scelta funzionano bene solo fino a quando abbiamo a che fare con una specifica architettura, quella costruita da chi ci fornisce le informazioni. Non sono critico di questo modo di fare per motivi moralistici (c’è chi condanna gli inganni a fin di bene), ma per l’efficacia generale di questo modo di procedere. In fondo, il fatto che gli italiani non si preoccupassero del valore dei loro investimenti immobiliari era attribuibile proprio a un meccanismo analogo a quello studiato da Maya Shaton. Quando si sono accorti di quanto “sbilanciati” erano i loro risparmi, poteva essere ormai troppo tardi (e spesso lo è stato). Non vorrei che un ritardo analogo caratterizzasse la pianificazione finanziaria. Saper progettare e valutare il proprio futuro, tra cui il destino previdenziale, è un’attività non semplice, anche se si hanno tutte le informazioni. I fattori in gioco sono molti: crescita del Pil, prospettive di carriera, inflazione attesa, dinamiche di reddito, anzianità contributiva, forme di tassazione, e così via. Molte di queste variabili sono incerte e quasi tutte implicano una valutazione a lungo termine, che esula dagli orizzonti temporali normalmente presi in considerazione nei progetti di vita. La maggioranza delle persone non riesce neppure a prendere in considerazione gli orizzonti temporali necessari per gestire bene i risparmi (cfr. Legrenzi, 2013, cap. VII, Tempi, pp. 81-92). Nel caso specifico dell’Italia, la necessità di fornire una buona architettura delle scelte è resa impellente dato che nel nostro paese sono più forti che altrove due miti:

– andare in pensione presto fa bene al lavoratore anziano;

– andare in pensione libera il posto per un lavoratore giovane.

Non ci soffermiamo qui a illustrare l’infondatezza di queste credenze, due miti appunto, perché questi miti sono stati smontati in modo lucido e documentato da Della Zuanna e Weber con un’analisi rigorosa dei dati (2011).
Ci concentreremo invece, nella prossima lezione, sul punto dell’architettura delle scelte, un tema che in inglese viene trattato sotto varie etichette.”
Fonte: I Soldi in Testa, Swiss & Global Asset Management

Spregiudicatezze e magagne bancarie: caro cliente, i pasti gratis non esistono

immDa anni si susseguono scandali e spiacevoli vicende che coinvolgono le banche e, di riflesso, i loro clienti. Ma, nonostante la reputazione degli istituti di credito sia in costante e deciso ribasso, sono ancora troppo pochi i risparmiatori che hanno piena consapevolezza di ciò che può accadere loro in circostanze di difficoltà. Per evitare sgradevoli inconvenienti è fondamentale comprendere che in finanza, come in qualunque altro ambito della vita, “i pasti gratis non esistono”.

Gli ultimi scandali di alcune banche popolari, Ubi, Etruria e Veneto Banca, aldilà delle differenze, dimostrano la necessità di intervenire sulla loro governance, trasformandole in società per azioni. L’autoreferenzialità delle popolari ha favorito gestioni dissennate e permette ancora egemonie prolungate di tanti banchieri con vere e proprie incrostazioni di potere. For example: il patriarca della Pop. di Sondrio Piero Melazzini (84 anni) dal 1987 è stato al vertice (dg e presidente) e da aprile 2014 è presidente onorario; Gianni Zonin (77 anni) è presidente della Vicenza da 25 anni; Giovanni De Censi (76 anni) nel 1975 è divenuto vicedg di CreVal, entrando nel 1994 nel Cda di cui è oggi presidente.

“Le difficoltà sono state acuite, anche in misura drammatica, dall’egemonia prolungata e incontrollata di una singola figura o di un gruppo di potere espressione di una minoranza”, ha affermato il direttore generale di Bankitalia Salvatore Rossi durante l’audizione in Parlamento del 17 febbraio scorso. Accorgersene prima, no?

Purtroppo, senza mettere in discussione la correttezza di tanti istituti cooperativi, in passato molte popolari hanno avuto derive giudiziarie, con cause differenti, ma con una matrice unica: la presenza di dominus con poteri incontrastati per effetto del circuito vizioso della rieleggibilità automatica da parte di gruppi ristretti di azionisti beneficiari. Si pensa ad esempio agli scandali Pop. di Novara (1993), Bipop (2002), Lodi (2005), Intra (2006) tutti imperniati su un padre padrone.

E quali sono state le conseguenze per i clienti? Per semplicità analizziamo oggi l’ultimo caso in ordine cronologico, quello di Veneto Banca (comparabile per numerosi aspetti a tanti altri, da Banca Marche a Cassa di Risparmio di Ferrara).

Le testimonianze raccolte da Il Sole 24 Ore, che dovranno ora trovare riscontro nei risultati dell’inchiesta, attestano che era prassi la richiesta di diventare soci in cambio di un finanziamento: tu cliente compri le mie azioni (non quotate) ed io banca in cambio ti concedo il mutuo o il fido. Il tutto senza alcun documento scritto, per non lasciare tracce. Anche in questo modo l’istituto gonfiava artificialmente il proprio capitale.

In tanti hanno vissuto l’investimento in azioni delle banche cooperative come una sorta di buona azione, salvo poi scoprire che spesso dietro la facciata c’è poca sostanza e che l’investimento magari non è così redditizio come si credeva. Anzi, che a vendere non sempre si riesce, specie nei momenti di crisi quando dei soldi ci sarebbe più bisogno e che non è nemmeno detto che si recuperi il capitale.

Perché il prezzo delle azioni di banche non quotate viene stabilito arbitrariamente dal management della banca stessa e, naturalmente, per venderle serve trovare un compratore, che non sempre esiste…

La consapevolezza è fondamentale e crearla nei risparmiatori è parte importante della mia attività di consulenza. Aiutare le persone e le aziende ad evitare le trappole e selezionare solo le soluzioni più idonee alle loro esigenze.

Se hai voglia di chiarirti ancor meglio le idee su questi temi contattami e sarò felice di darti il mio supporto!

Risparmi, pensioni, futuro: la miopia degli italiani

miopeIl dizionario della lingua italiana definisce miopia il “difetto della vista che consiste in una rifrazione dell’occhio, per cui gli oggetti distanti appaiono sfocati, mentre si vedono meglio le cose molto vicine”.

In tema di risparmi e soprattutto di previdenza gli italiani risultano miopi, dimostrando di non riuscire a focalizzarsi sul lungo termine: è questo, in estrema sintesi, ciò che emerge dal “Global Investment Trends Report 2014” un sondaggio realizzato lo scorso gennaio da Schroders, società di gestione del risparmio internazionale, che ha interpellato poco meno di 16mila persone residenti in 23 paesi, intenzionati a investire almeno 10mila euro il prossimo anno.

Gli italiani sono preoccupati e pensano spesso alla pensione ma non fanno un granché per costruirla. Al punto che paesi in cui il valore del risparmio è molto meno radicata che da noi, mostrano un’attenzione per il futuro pensionistico di molto superiore al nostro: è il caso della Gran Bretagna dove il 59% dei lavoratori risparmia per la pensione, mentre in Italia solo il 29% accantona qualcosa per avere in cambio, quando smetterà di lavorare, un reddito adeguato alle esigenze future.

Dunque, l’idea dei risparmiatori italiani “formiche”, pronte a riempire il salvadanaio contro ogni evenienza, va evidentemente rivista: la paura per un futuro incerto caratterizza – nonostante i primi segnali di ripresa dell’economia – ancora una quota maggioritaria degli italiani; ma ciò non si traduce in contromisure fattive. Di più: solo una sparuta minoranza dell’1% degli italiani intervistati dice di programmare gli investimenti con un obiettivo di oltre 10 anni, mentre solo il 14% indica un orizzonte tra 5 e 10 anni. Oltre i due terzi del campione, ben il 68% degli intervistati, arriva a costruire una prospettiva comunque non superiore ai 5 anni. Il 14%, inoltre, mira a ottenere ritorni soddisfacenti nell’immediato.

Il confronto internazionale che emerge dall’indagine è impietoso: solo il 17% degli italiani prende decisioni sul proprio denaro con una dinamica di oltre 5 anni, contro il 29% degli inglesi, il 36% dei francesi, il 32% dei tedeschi e il 16% degli spagnoli, i più simili a noi per miopia finanziaria. E’ da sottolineare inoltre il gap tra il 29% di chi risparmia e il 33% che mira a mantenere il proprio stile di vita in caso di perdita del lavoro o di riduzione dello stipendio, e il 29% dice di voler essere pronto a far fronte a eventuali emergenze. Questi dati confermano che è ancora il senso di precarietà di breve periodo a influire sulle scelte d’investimento degli italiani, prevalendo sui temi pensionistici.

Inoltre, l’indagine evidenzia come i due terzi degli italiani ritengano che l’investimento azionario presenti il maggior potenziale di rendimento nel 2014, ma allo stesso tempo oltre la metà (il 55%) intende mantenere una quota significativa dei propri risparmi in strumenti a basso rischio (a fronte del 44% del campione globale). Insomma, razionalmente c’è la consapevolezza della correttezza delle scelte, ma la stragrande maggioranza non compie scelte conseguenti.

“Tali risultati – si legge nell’indagine di Schroder – sembrano sostenere l’idea che in Italia gli investitori non abbiano ancora pienamente preso atto delle nuove esigenze poste sulla responsabilità individuale, a seguito del passaggio da un sistema pensionistico “retributivo” a uno “contributivo”. Il risparmio finalizzato resta ancora fuori dal mirino degli italiani: si accantona per prudenza, spesso per cautelarsi rispetto a una cautela generica, ma senza correlare le proprie scelte con le esigenze future: terreno di conquista di una consulenza finanziaria e previdenziale evidentemente insoddisfacente in termini quantitativi, oltre che qualitativi.

Pesa non solo e non tanto la crisi, quanto i retaggi culturali: le garanzie offerte dallo Stato nei decenni passati hanno sollevato l’individuo dall’onere di prendere in mano il proprio destino, previdenziale e non. Cambiare questo paradigma non è semplice, ma il caso inglese è esemplificativo: i sudditi di Sua Maestà, storicamente più propensi ai consumi rispetto al risparmio – fino ad eccessi di sovraindebitamento degli anni precedenti – sono ora coinvolti dall’operazione Nest, che li spinge ad aderire a strumenti di previdenza complementare per ridurre il rischio di vivere una vecchiaia in situazioni economiche indigenti. Un’operazione che ricorda in parte il silenzio/assenso italiano del 2007, ma accompagnato da un’attenta campagna di educazione finanziaria che sta rendendo consapevoli gli inglesi dell’importanza delle loro scelte individuali.

Iniziative come quella messa in campo negli ultimi anni dal governo britannico sono necessarie, visto che non si è portati a programmare per la pensione: secondo il sondaggio di Schroders il 46% degli intervistati globali ritiene la pensione una priorità, ma solo il 5% ha un orizzonte di almeno 10 anni, mentre il 61% è alla ricerca di rendimenti da 1 a 5 anni e il 12% addirittura entro l’anno. Insomma, siamo naturalmente portati al breve termine ma per costruire una vecchiaia serena è fondamentale ragionare sempre di più sul lungo periodo.

E il mio ruolo professionale e sociale è proprio questo: aiutare ed educare le persone a ragionare di più e meglio sulle proprie scelte e sul proprio futuro.

 

Fonti: Il Sole 24 Ore, Schroders

 

Che cos’è una Bad Bank?

Img_2014_04_111Lo dice il nome stesso “bad” ovvero cattiva, ma che significa quando chiamiamo cattiva una banca?

Un istituto di credito può essere suddiviso in due parti:  quella “buona” (good bank) e appunto quella “cattiva” (bad bank). Nella banca buona convergono le parti sane dell’attività di credito, mentre nell’altra tutte le attività cosiddette “tossiche” ovvero i titoli spazzatura (legati magari a mutui non riscossi) e più in generale i crediti in sofferenza.

Costituire una bad bank significa creare quindi una società nella quale far defluire le maggiori passività dell’istituto, in modo che quest’ultimo possa continuare a lavorare nel migliore dei modi con bilanci più “puliti”. Nel frattempo la società costituita lavorerà al recupero dei crediti e delle passività grazie a professionisti del settore, ricollocando i titoli della bad bank sul mercato. Ma chi compra questi titoli? Spesso è lo Stato stesso ad intervenire direttamente, per evitare il crac bancario. Ricordiamo la presenza in questo caso dell’ESM, il Fondo Salva Stati europeo, creato appositamente per dare sostegno alle banche e ai governi in caso di rischio bancarotta di un istituto. Ma non solo, i crediti deteriorati possono anche essere acquisiti da fondi d’investimento tramite azioni ordinarie (come nell’ipotesi Unicredit e Intesa Sanpaolo di cui tanto si vocifera).

Ma come mai ultimamente si parla spesso di bad bank? Innanzitutto perché , secondo quanto stimato da Banca d’Italia, sulle spalle delle banche italiane pesano 300 miliardi di euro di crediti deteriorati e quindi, a detta di molti, è arrivato il momento anche per il bel Paese di spolverare l’ipotesi bad bank per i propri istituti.

A dirlo è stato proprio il numero uno di Bankitalia Ignazio Visco che, durante il discorso tenutosi l’8 febbraio in occasione del 20° convegno Assiom Forex, ha dichiarato apprezzamento per tutti quegli interventi “volti a razionalizzare la gestione dei crediti deteriorati con la creazione di strutture dedicate in grado di aumentare l’efficienza delle procedure e la trasparenza di quelli attivi […] Interventi più ambiziosi, da valutare anche nella loro compatibilità con l’ordinamento europeo, non sono da escludere e possono consentire di liberare, a costi contenuti, risorse da utilizzare per il finanziamento dell’economia”.

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A scaldare poi la cronaca economica e finanziaria i rumors che coinvolgono Intesa Sanpaolo, Unicredit e Mediobanca, istituti che già avrebbero pronti i propri piani di “smaltimento” delle passività tramite bad bank.

Ad oggi, in Italia, solo il Banco di Napoli alla fine degli anni ’90 adottò tale soluzione dopo essere stata acquisita dal Sanpaolo Imi di Torino, conferendo i crediti deteriorati in un veicolo dal nome SGA (Società Gestione Attività) che poi riuscì a recuperare circa il 90% dei crediti.

Certo è che l’Europa appoggerebbe con favore tali soluzioni, viste nell’ottica del “prevenire è meglio che curare”. Quello che infatti non si vuole ripetere è un episodio come quello che ha coinvolto Bankia: l’istituto spagnolo creò una bad bank da 54 miliardi di euro quando ormai era in pieno crac, un fallimento che costò all’Europa e al Fondo Salva Stati ben 37 miliardi di euro.

 

Fonti: Borsa Italiana, Iononcicascopiù

 

 

Quanto devo risparmiare per avere una pensione milionaria?

foto_Iniziare a mettere da parte una certa somma al mese da quando si è giovani, risulta molto utile per quando poi si andrà in pensione.

Per capire questa idea, bisogna cercare di capire prima quanti sono i soldi che si devono mettere da parte con cadenza mensile.

I media USA hanno pubblicato una tabella in cui viene mostrato come partendo da età diverse e con diversi tassi di rendimento, si può giungere all’età della pensione, a 65 anni, con più di un milione di dollari.

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Ad esempio con un tasso annuo del 6% se si inizia a risparmiare a 20 anni, mettendo da parte 361 dollari al mese, si può raggiungere il milione una volta andati in pensione. Se invece si vuole iniziare a 25 anni, i soldi da mettere da parte diventano 499 dollari.

I pessimi dati sulla disoccupazione giovanile mettono in evidenza come per molti ventenni e trentenni italiani la priorità sia soprattutto il presente e non solo il futuro ma il concetto di fondo è semplice: per chi ne ha la possibilità, è molto meglio iniziare a risparmiare quando si è giovani!

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Fonti:

http://www.businessinsider.com

http://www.wallstreetitalia.com