Investimenti finanziari: tre consigli sotto l’albero per vivere un meraviglioso 2017

christmas-money-1085019_960_720Spesso in questo periodo gli operatori finanziari delineano previsioni e scenari per il nuovo anno. Ma non sono tanto le previsioni sull’andamento dei mercati a fare la differenza quanto il comportamento dei singoli investitori.

In Italia anche quest’anno, così come lo scorso, la fine dell’anno coincide con una situazione bancaria parecchio complicata, che rischia di rovinare le Feste dei risparmiatori, mettendoli di fronte a scelte importanti e insinuando nuove preoccupazioni sulla sicurezza dei propri investimenti finanziari.

Nelle ultime settimane dell’anno ricevo sulla mia casella di posta decine e decine di commenti di analisti, gestori e “guru” vari contenenti le previsioni sull’andamento delle borse e delle diverse asset class per l’anno che verrà e le domande (retoriche) che mi pongo sono sempre le stesse: saranno davvero queste analisi a fare la differenza per i miei clienti? Devo sposare una di queste, quella che ritengo migliore e più credibile, e seguirla alla lettera? Oppure devo comprendere a fondo le loro esigenze e guidarli in un percorso di pianificazione finanziaria efficiente e coerente?

La mia opinione è la seguente: se hai qualche risparmio da parte e vuoi ottenere dei buoni risultati saranno le tue scelte a fare la differenza, non le previsioni.

  • Quali sono le scelte che possono fare davvero la differenza?

Azzeccare il titolo che nel 2017 guadagnerà il 250%? Investire tutto il patrimonio nel settore che guadagnerà più di tutti gli altri? Indovinare la valuta che si apprezzerà più di tutte?

Visto che non credo affatto nei maghi, nei santoni e nei guru, l’obiettivo di questo mio articolo non è certo quello di darti la “dritta” per raddoppiare in poco tempo i tuoi soldi.

In questa sede cercherò di darti 3 semplici consigli per proteggere il tuo patrimonio, evitare tutti i problemi seri ed iniziare a prendere il mano il tuo futuro finanziario.

1) Diversifica = non mettere tutte le uova nello stesso paniere

I grandi investitori, quelli che hanno tanti soldi, tante competenze e tanto tempo da dedicare unicamente a queste attività, concentrano i propri investimenti. Se tu ti ritieni il nuovo Warren Buffett, leggi tutti i libri sulla filosofia del Value Investing e segui il suo esempio, non ho altri grossi consigli da darti. A tutti gli altri, circa il 99,99% della popolazione mondiale, consiglio di avere l’umiltà di diversificare i propri investimenti in tante differenti soluzioni in modo da evitare i rischi più pericolosi. La migliore sintesi sta nella saggezza popolare: “non mettere tutte le uova nello stesso paniere”. Se mai questo paniere ti dovesse cadere, ti faresti troppo male (altro che frittata!).

2) Evita il rischio controparte = non legare la “sopravvivenza” del tuo denaro alla “sopravvivenza” di qualcun altro

Esistono soluzioni di investimento molto semplici che ti consentono di minimizzare o addirittura eliminare il rischio di controparte, ovvero il rischio di legare la “sopravvivenza” del tuo denaro alla “sopravvivenza” di qualcun altro. Questi strumenti sono gli OICR (Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio) e possono essere a gestione attiva (fondi comuni di investimento) o passiva (ETF – Exchange Traded Funds). In altre parole, se compri una singola azione o obbligazione dell’azienda XYZ e l’azienda XYZ fallisce, rischi di non avere mai più indietro i tuoi soldi, se invece compri un fondo di investimento che contiene 150 azioni e/o obbligazioni di 150 diverse aziende questo rischio non te lo assumi e puoi vivere serenamente.

3) Affidati ad un buon Consulente = non sopravvalutare le tue abilità finanziarie

Lo so, sono in pienissimo conflitto di interesse. Ma la scelta più importante per proteggere e far crescere il tuo patrimonio è proprio questa. Quando hai un problema di salute importante ti rivolgi al medico specialista. Quando hai un problema legale importante all’avvocato. Quando ti riduci all’ultimo secondo per comprare il regalo di Natale a tua moglie (!!!) al negoziante di fiducia. Perché per gestire i risparmi di una vita sei stra-convinto di saper fare tutto da solo?!?

Vi assicuro che chi ha seguito questi 3 semplici consigli ha trascorso un buon 2016, senza farsi minimamente influenzare da Brexit, elezioni americane, referendum costituzionale, nazionalizzazione del Monte dei Paschi di Siena, eccetera eccetera. Provare per credere.

E allora rifletti e fai le tue scelte. Se hai piacere, sono a tua disposizione per un confronto.

Nel frattempo ti auguro di trascorrere un Buon Natale e un meraviglioso anno nuovo!

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Il risparmio postale che scricchiola

post.jpgSe ne sono accorti anche i componenti della commissione parlamentare di vigilanza su Cassa Depositi e Prestiti: sul risparmio postale i conti non tornano.

Per la fortuna di Poste Italiane e dello Stato, la gran parte dei risparmiatori affezionati a libretti e buoni postali è meno attenta a certi dati.

A discolpa di questi ultimi si può dire che lo scopo unico di questa commissione è tutelare la gestione separata di Cdp, quindi ci sta che alcuni numeri loro li conoscano meglio. Quello che fatico proprio ad accettare è che nel mondo finanziario di oggi il risparmiatore si lasci davvero attrarre dallo spot televisivo girato in uno scenario da film western, in cui ci sono i “buoni” che arrestano i “cattivi”.

Sui buoni puoi contare sempre, prendi i buoni fruttiferi postali, sono emessi da Cassa depositi e Prestiti e garantiti dallo Stato italiano”.

Il passaggio chiave è “garantiti dalla Stato italiano”.

Generalizzando, quando un risparmiatore sente questa frase riferita ad uno strumento finanziario la pancia prende il sopravvento e segue il flauto magico dello Stato. Per esperienza personale a volte ci butta i soldi anche se razionalmente nello Stato italiano non ripone tutta questa fiducia, anzi…

L’ignoranza finanziaria (parlo di concetti base) nel 2016 non è ammessa. Si può pagare cara, molto cara. E con alcune conoscenze basilari si possono evitare anche le ciofeche proposte con frequenza da alcune banche e operatori finanziari, che invece si nutrono della scarsissima cultura finanziaria dei clienti.

Ma torniamo alla notizia: secondo la commissione “gli andamenti macroeconomici e finanziari, in particolare la differente dinamica tra rendimenti degli impieghi e costo della raccolta postale, potrebbero provocare difficoltà a medio termine per Cdp”. Dunque suggeriscono di adottare iniziative per mettere in sicurezza l’equilibrio economico della gestione separata di Cassa Depositi e Prestiti.

Cos’è la gestione separata Cdp?

La gestione separata è proprio l’area in cui confluiscono i risparmi degli italiani raccolti tramite la sottoscrizione di libretti di risparmio postale e buoni fruttiferi, distribuiti dalle Poste per conto di Cdp e utilizzati poi, almeno nella teoria, dalla Cassa per sostenere il sistema economico italiano. Anche su questo ci sarebbe molto da scrivere (e qualcosa ho già scritto ad esempio sull’operazione Cdp-Saipem), ma non divaghiamo. Tale risparmio prevede la garanzia dello Stato, a differenza della gestione ordinaria di Cdp, cui fanno capo operazioni di raccolta ad hoc ed emissioni.

Cos’è cambiato negli ultimi anni?

Sempre secondo la commissione “il tradizionale sistema Poste-Cdp ha subito consistenti modifiche per effetto del mutato contesto storico”, accelerate dalla trasformazione societaria e dalla nuove missioni assegnate alla Cassa, oltre che dalla quotazione di Poste, sbarcata a Piazza Affari lo scorso ottobre con la vendita ai privati del 35,3% da parte del Tesoro. Questi nuovi scenari “richiedono una verifica delle regole e delle condizioni applicate finora per valutarne la validità”.

Quali sono, concretamente, le crescenti preoccupazioni sui conti?

  1. La raccolta postale è in calo: dal mio, personalissimo, punto di vista è fin troppa ma è in diminuzione per via dei tassi di interesse a zero o sottozero. Nel 2015 la raccolta netta è stata negativa per 9,9 miliardi rispetto ai -2,7 miliardi del 2014, in particolare i buoni fruttiferi hanno perso 14 miliardi, mentre i libretti sono stati positivi per 4,1 miliardi.
  2. Anche la raccolta netta di esclusiva competenza di Cdp è stata negativa: -4,2 miliardi. Invece la raccolta netta degli altri prodotti collocati da Poste lo scorso anno è stata positiva per 11,7 miliardi, rispetto ai +6 miliardi del 2014, grazie in particolare alla spinta delle polizze collocate da Poste Vita (non a caso ora gli spot pubblicitari si sono concentrati su questi prodotti).
  3. Disallineamento tra rendimento degli impieghi e costo della raccolta: in base all’accordo vigente tra Poste e Cdp, stipulato a fine 2014 e valido fino a tutto il 2018, Cassa corrisponde ogni anno alla società guidata da Francesco Caio una commissione pari allo 0,52% della giacenza complessiva. Per contro, la remunerazione del conto corrente di Tesoreria, sul quale confluiscono i flussi di raccolta in gestione separata non investiti da Cdp, ha subito una riduzione importante dei tassi d’interesse. La conseguenza è stata il disallineamento tra quest’ultima remunerazione, pari l’anno scorso allo 0,6%, e il costo complessivo del risparmio postale, che nel 2015 è stato del 2,5%, “da cui deriva un margine negativo previsto di 2,8 miliardi, non sostenibile nel medio periodo”, osservano dalla commissione.
  4. L’andamento negativo di alcune società partecipate da Cdp: in passato le partecipate hanno contribuito all’andamento positivo dei risultati gestionali ma ora “per mutate condizioni di mercato, vedono molto ridursi il loro contributo al risultato di gestione di Cdp”, si legge nella relazione. Un esempio su tutti: l’utile netto di gruppo della Cassa nel 2015 è stato negativo per circa 900 milioni per effetto della perdita di 8,8 miliardi conseguita da Eni , di cui Cdp possiede il 25,76%.

La commissione, dopo aver analizzato i numeri, si è spinta oltre e ha dato suggerimenti per provare chiudere le falle della gestione separata.

Diversificare i canali e gli strumenti di raccolta. Ok.

Fare un decreto per attuare le nuove disposizioni del Parlamento relative al conto di tesoreria dedicato alla gestione separata, per rettificare il disallineamento che si è venuto a creare tra rendimento e costo della liquidità depositata presso Cdp. Ok.

Ricerca di una “maggiore appetibilità del risparmio postale, che come strumento di risparmio per la clientela retail rappresenta un unicum nel mercato perché garantito dallo Stato”. Bingo! Anche loro sanno bene qual è la leva giusta!

Allora, nei prodotti Cdp ci sono 252 miliardi di euro, più del 6% dei 4 mila miliardi dello stock complessivo di ricchezza. Non proprio brustolini.

E questi soldi ci sono esclusivamente perché sui contratti c’è scritto: garantiti dallo Stato italiano.

Lo stesso Stato italiano che, solo per citare un paio di cose, ha oltre 2.333.000.00.000 € di debito pubblico (massimo storico ed in crescita costante), tax rate a livelli assurdi, Pil agonizzante e lontanissimo dai livelli pre-crisi, piramide demografica imbarazzante, sistema previdenziale e welfare non sostenibili, sistema bancario che fa acqua da tutte le parti…

…MACHETTELODICOAFFA’? Non credo di aver bisogno di insistere oltre, no?

Questa garanzia è più scricchiolante delle ossa di un ultracentenario.

E i numeri, che sono testardi, ci raccontano che lo scricchiolìo aumenta ogni giorno di più.

Il paradosso del risparmiatore

Estrapolo alcuni passaggi de l’Alpha e il Beta (scritto da Carlo Benetti di GAM) di questa settimana, che racchiudono concetti che ogni risparmiatore dovrebbe assimilare nel mondo (alla rovescia) di oggi.

“L’ultimo paradosso riguarda il risparmiatore, che non può pensare che il proprio patrimonio resti estraneo alle contraddizioni di questo tempo, come una monade con la sua attività interna e impermeabile ai fattori esterni.
Al contrario, anche i portafogli d’investimento sono stati letteralmente travolti dalla velocità e dalla brutalità del cambiamento.

Il paradosso del risparmiatore è che per avere sicurezza di rendimento deve rinunciare alla sicurezza. 

Naturalmente non è affar semplice, è un salto culturale: la rinuncia alla tradizionale protezione offerta dai titoli governativi deve essere assistita da una rete di sicurezza sostenuta da quattro robusti paletti.

Il primi due paletti sono familiari:

1) congruo orizzonte temporale.

2) la più ampia diversificazione di mercati, strumenti, gestori. 

Da quando vennero elaborati i primi enunciati della moderna teoria del portafoglio sono stati compiuti enormi passi avanti nel perfezionamento dei modelli, via via integrati con crescente complessità matematica. Ma i due principi fondamentali dell’orizzonte temporale e della diversificazione del portafoglio non sono mai stati messi in discussione.

3) Il terzo paletto, altrettanto decisivo, è l’esperto di fiducia. Scambiare le proprie opinioni con un consulente è motivo di conforto: si evitano i rischi di scelte avventate e, soprattutto, si assumono scelte coerenti con gli obiettivi del risparmio. In uno scenario così complesso “è pazzesco pensare di farcela da soli” scrive David Swensen.

4) Il quarto paletto della rete messa a protezione del “nuovo risparmiatore” nel salto dalle obbligazioni governative alla diversificazione del portafoglio è la chiara definizione delle finalità del risparmio. La suddivisione per conti mentali risponde ad una elementare regola di efficienza: gli strumenti finanziari che garantiscono la liquidità in caso di sostituzione di un elettrodomestico sono diversi da quelli finalizzati, ad esempio, agli studi universitari di una figlia o di un figlio appena nati.
Sono questi i quattro paletti della rete di protezione nel paradosso della sicurezza di rendimento in cambio della rinuncia alla sicurezza, tutto sommato nemmeno il peggiore dei tanti paradossi con cui facciamo i conti in questo mondo alla rovescia.”

Medita risparmiatore, medita..

Il pasto gratuito non sfama

  di Sara Silano, pubblicato su Morningstar il 08/10/2015

Copio, incollo e condivido un articolo sintetico, chiaro e ben fatto di Sara Silano sull’importanza dell’investimento di medio-lungo periodo e della diversificazione.

Tenere i soldi sul conto o in un fondo monetario non protegge il potere di acquisto della moneta e aumenta il rischio di non risparmiare abbastanza per la pensione.

Sui mercati finanziari non esistono più pasti gratuiti. Negli ultimi cinque anni, i fondi monetari in euro (disponibili in Italia), che sono equiparabili a un investimento privo di rischio, hanno reso in media lo 0,3% annuo (al 30 settembre 2015). Nello stesso periodo l’inflazione media annua nel Belpaese è stata dell’1,6% (fonte Istat). L’investimento in liquidità, dunque, non ha protetto il potere di acquisto della moneta.

C’era una volta il BoT

Sono lontani i tempi in cui il BoT (Buono ordinario del Tesoro) a sei mesi rendeva oltre il 10% (bisogna ritornare a metà degli anni Novanta) e il rating dell’agenzia Standard & Poor’s sull’Italia era pari ad AA, ampiamente all’interno dell’universo dei titoli di debito di buona qualità. Oggi il titolo italiano di pari-scadenza rende un magro 0,06% e il giudizio sul Belpaese è BBB-, un gradino sopra il livello spazzatura. La svolta è avvenuta nel 2011, con la crisi del debito sovrano, che ha portato in Europa un rischio che in precedenza era tipico dei paesi emergenti: quello politico.

Con i tassi che in Europa sono vicini allo zero, tenere i soldi sotto il materasso o in investimenti di breve termine non permette neppure di coprire la seppur bassa inflazione (0,2% nel 2014, fonte Istat). In altre parole, la liquidità è un rischio più che un’opportunità. Il pericolo più grande è di mancare il proprio obiettivo finanziario (cosiddetto shortfall risk). Per chi ha un orizzonte di lungo periodo, tenere molti soldi in strumenti a bassa volatilità (e quindi rendimenti minimi) aumenta il rischio di non risparmiare a sufficienza per la pensione o per altre esigenze, come l’acquisto di una casa.

La diversificazione funziona

Cosa fare per non incorrere in tale pericolo? Per comprenderlo guardiamo come si sono comportate le diverse attività finanziarie dal 2000 ad oggi. 15 anni fa, il miglior investimento erano le materie prime, nel 2014 sono state il peggiore in assoluto. Sempre all’inizio del nuovo millennio, pochi sarebbero stati disposti a comprare un fondo azionario emergente, eppure in sette dei successivi 15 anni, questa asset class è stata la più redditizia. Ancora, chi nel 2008 avesse scelto i titoli di stato governativi, avrebbe evitato il crollo delle Borse internazionali seguito alla crisi dei mutui subprime (di bassa qualità) americani, ma si sarebbe ritrovato in fondo alla classifica delle performance nei due anni successivi, perdendo il rimbalzo dell’azionario.

La mappa delle attività finanziarie dal 2000 ad oggi

  

Fonte: Morningstar Markets Observer. Dati al 30 giugno 2015.

Indici utilizzati: Small stocks—Morningstar Small Cap Index. Large stocks—Morningstar Large Cap Index. Int’l stocks—Morningstar Developed Mkts ex-U.S. Index. Emerging stocks—Morningstar Emerging Mkts Index. Interm. govt bonds—Morningstar Interm. U.S. Govt Bond Index. Interm. corp. bonds—Morningstar Interm. Corp. Bond Index. High-yield bonds—Barclays U.S. High Yield Corp. Bond Index. Commodities—Morningstar Long-Only Commodity Index. Moderate portfolio—Morningstar Moderate Target Risk Index. © 2015 Morningstar

La prima lezione della mappa delle asset class è che inseguire il rendimento non è una buona strategia; la seconda è che non si possono tenere tutte le uova nello stesso paniere. Un portafoglio bilanciato moderato (tassello grigio nella tabella), composto al 60% da azioni globali e al 40% da obbligazioni internazionali, ha reso il 5,9% dal 2000 a fine giugno 2015, facendo meglio di un portafoglio esclusivamente azionario o al 100% composto da titoli governativi.

Nel terribile 2008, 100 euro investiti sulle Borse internazionali (indice S&P Global 100) a gennaio sarebbero diventati 64,5 dopo dodici mesi, mentre la stessa somma allocata per il 50% in azioni, il 40% in obbligazioni (Barclays Global Aggregate) e il 10% in liquidità (JPM GBI Global 3 Months) avrebbe lasciato in tasca al risparmiatore 86,5 euro. Nel 2011, nel pieno della bufera per la crisi del debito sovrano in Europa, 100 euro in un portafoglio moderato sarebbero diventate 102,4, mentre in uno aggressivo 96,8. 

Non esiste il mix perfetto di asset class, perché molto dipende dall’orizzonte temporale e dalla propensione al rischio dell’investitore; tuttavia i numeri dimostrano che la diversificazione continua a essere il migliore antidoto alla volatilità dei mercati. ”

-Link all’articolo: http://www.morningstar.it/it/news/142960/il-pasto-gratuito-non-sfama.aspx#sthash.EanPK7Lp.dpuf

Assicurazioni, Fmi: con tassi bassi un quarto gruppi Ue rischia default

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Lo si legge nel Global Financial Stability Report. In Eurozona serve più qualità asset banche, che continua a deteriorarsi, per sbloccare il credito.

In un contesto prolungato di tassi bassi diversi gruppi assicurativi del ramo vita attivi in Europa rischiano di finire sotto uno stress crescente e risultare insolvibili. A rischiare sono in particolare quelli di medie dimensioni. A dirlo è l’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria mondiale del Fondo Monetario Internazionale.

Dagli stress test effettuati dalla European Insurance and Occupational Pensions Authority emerge che il 24% di quei gruppi potrebbe non essere in grado rispettare requisiti di solvibilità in un contesto caratterizzato per un lungo periodo di tempo da bassi tassi di interesse.

A creare uno scenario di interessi sotto zero in zona pericolo in molte economie industrializzate sono state la paura rappresentata dallo spauracchio deflazione e le prospettive di un continuo allentamento monetario. “Nell’area euro” in particolare, precisa il Fondo, “quasi un terzo dei bond sovrani a breve e lunga scadenza ora ha rendimenti negativi”.

Passando all’analisi dell’economia reale, il Fondo ritiene che sia impossibile che si sblocchi il credito finché la qualità degli asset delle banche, che è andata deteriorandosi nel 2014, non migliorerà. Farlo è indispensabile, suggerisce sempre il Fmi, rivolgendosi agli istituti di credito di Eurolandia. Nel rapporto si spiega che nell’Eurozona “la qualità degli asset ha continuato a deteriorarsi nel 2014 sebbene a un passo più lento con prestiti incagliati ora oltre i 900 miliardi di euro”. Una cifra definita “ampia rispetto alla dimensione dell’economia di riferimento”.

Il rapporto specifica inoltre che la distribuzione di quei prestiti inesigibili è distribuita in modo squilibrato: solo in Italia, Irlanda, Grecia, Cipro, Portogallo e Spagna il totale supera i 600 miliardi di euro. Non a caso, ricorda il rapporto, in Italia, Grecia, Cipro, Irlanda, Portogallo e Slovenia la maggioranza – se non tutte – le banche coinvolte nell’Asset Quality Review della Banca centrale europea hanno mostrato asset in sofferenza per il 10% o più dello loro esposizione complessiva.

Alla luce di queste considerazioni, il Fondo dice che le aziende devono “diversificare le fonti di finanziamento” spostandosi dalle banche al mercato dei capitali. “Nonostante il balzo dell’accesso al mercato dei capitali, esso rappresenta solo il 36% circa del sistema”, si legge nel documento.

L’insieme dei fattori racchiusi in questo nuovo contesto sta provocando e provocherà inevitabilmente nel futuro prossimo conseguenze inaspettate e particolari. E’ necessario prevenire e ponderare le proprie scelte finanziarie per evitare di incappare in qualche spiacevole trappola.

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI

BANCHE: scegliete con attenzione con quali istituti di credito operare, tenendo sul conto corrente il minimo indispensabile per le spese correnti. Diversificate le vostre controparti. (Leggi il mio precedente articolo)

ASSICURAZIONI: potete scegliere compagnie tradizionali per le polizze di puro rischio. Per gli investimenti finanziari, inseriti all’interno di contenitori assicurativi, meglio rivolgersi a compagnie di rilievo e soprattutto che si occupano SOLO di quello.

INVESTIMENTI: selezionate strumenti diversificati, liquidi e che minimizzano (o eliminano!) il rischio emittente. Aprite la mente. Meglio rivolgersi a società INDIPENDENTI, evitate le banche tradizionali.

CONSULENTE: rivolgetevi ad un bravo consulente per fare queste scelte. Farà la differenza.

Fonti: WallStreetItalia, mt-DaC

Disclaimer

QUANTO E’ SICURA LA TUA BANCA (NELL’ERA DEL BAIL-IN)?

bank cracChi metterebbe con tranquillità i propri soldi in una banca greca, oggi?

E quanti investitori stranieri investirebbero oggi i propri risparmi in un deposito di una banca italiana, non so…in Monte dei Paschi, in una BCC, in Carige?

Ormai è iniziata in Europa l’era del “bail-in”, ovvero quella situazione in cui sono i creditori ad accollarsi le perdite di un eventuale crack di una banca o di una corsa agli sportelli. Detto più semplicemente: avete depositato i vostri risparmi in una banca che poi fallisce? Amen, lo stato non vi garantirà più. Sarete voi stessi a essere chiamati in causa. Dunque tutti i clienti delle banche tradizionali, almeno quelli che non lo hanno ancora fatto e che hanno davvero a cuore i propri risparmi, dovrebbero dedicare la giusta attenzione alla scelta delle proprie controparti.

L’annuncio forte è arrivato ieri: l’Austria non garantirà più i depositi bancari; lo stato eliminerà insomma le garanzie finora assicurate ai depositi bancari, dopo aver ricevuto il via libera dall’Unione europea. D’altronde, la nuova legislazione sul bail-in è stata approvata dalla stessa Ue due anni fa.

Il rischio è talmente concreto che il sito Goldcore ha presentato un grafico, elencando i paesi che corrono il pericolo di vedere introdotto il tanto temuto regime (quello in cui i correntisti rischiano di perdere i loro depositi nel caso di crack della banca dove sono custoditi i loro risparmi).

bailin risk
Al primo posto, manco a dirlo, c’è la Grecia; seguono Portogallo e Spagna. Ma l’Italia non se la passa molto meglio e si aggiudica il quarto posto; poi Francia, Irlanda, Regno Unito, Stati Uniti, Giappone.

Il grafico elenca anche le aree geografiche in cui le banche sono più sicure: palma d’oro alla Svizzera; seguono Germania, Singapore, Canada, Australia, Norvegia, Olanda, Hong Kong.

Tornando al caso Austria, ecco come cambieranno le cose: al momento, gli austriaci hanno depositi garantiti fino a un valore di 100.000 euro; esattamente, la prima metà dalla banca, la seconda dallo stato. Le cose cambieranno a partire da luglio, quando lo Stato non garantirà più i depositi.

Di conseguenza, le banche, per far fronte all’eventualità di buchi di bilancio, dovranno creare un fondo speciale di assicurazione per i depositi bancari. Una volta costituito, il fondo sarà rimpinguato gradualmente nel corso dei successivi dieci anni, arrivando a un valore di 1,5 miliardi di euro.

In caso di fallimento di una grande banca nel periodo precedente, la legislazione permetterà al fondo di contrarre prestiti all’estero sebbene, stando alla fonte che ha riportato la notizia, Die Presse, non sia chiaro chi fornirà i finanziamenti e sulla base di quali termini.

In ogni caso, è chiaro che anche se il fondo fosse alla fine dotato dei finanziamenti previsti, il suo aiuto sarebbe ridicolo. L’ammontare di 1,5 miliardi di euro si confermerebbe infatti inadeguato a salvare i correntisti dal fallimento di una banca. La cifra rappresenta appena lo 0,8% dei depositi totali in Austria.

Die Presse cita l’esempio di Bank Corp in Bulgaria. Quando la banca fallì, aveva depositi per 1,8 miliardi di euro; ma sul fondo di assicurazione sui depositi, era presente solo 1 miliardo di euro.
Torna alla mente la dichiarazione del ministro delle finanze irlandese Michael Noonan che, il 27 giugno del 2013, affermò: “il bail in è ora la regola”. Noonan definì rivoluzionaria la decisione di non considerare più i depositi sacrosanti.

Ben presto anche i depositi di altre banche dell’Unione Europea potrebbero non essere più al sicuro.

Il giornale tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten scrive: “i correntisti dovranno effettuare ricerche in modo attento sulla situazione della banca in cui decideranno di parcheggiare i loro risparmi”.

IN AZIMUT E’ DA DIVERSI ANNI CHE CI SIAMO POSTI IL PROBLEMA E LO ABBIAMO RISOLTO TRAMITE SOLUZIONI TANTO SEMPLICI QUANTO EFFICACI.

Soluzioni basate sui principi della diversificazione, della trasparenza, della massima liquidabilità, costruite con il supporto di un team di analisti del credito altamente specializzati per selezionare gli istituti di credito, a livello internazionale, che meritano di gestire la liquidità nostra e dei nostri clienti.

Così abbiamo messo in sicurezza i risparmi a breve termine dei nostri clienti. In primis imprese ed imprenditori hanno compreso la pericolosità del rischio controparte, anche quando si parla di depositi bancari, ed hanno seguito i nostri consigli modificando la loro impostazione tradizionale di gestione della tesoreria a favore di strumenti più sicuri e diversificati. E lo hanno fatto anche molti risparmiatori privati.

Il mondo cambia in fretta ed è fondamentale tenere il passo. Incappare scioccamente in un default della propria banca mettendo a rischio i risparmi di una vita sarebbe un errore imperdonabile.

Fai la scelta giusta: CONTATTAMI

Fonti: WallStreetItalia, Goldcore, Lna, Die Presse

Che cos’è una Bad Bank?

Img_2014_04_111Lo dice il nome stesso “bad” ovvero cattiva, ma che significa quando chiamiamo cattiva una banca?

Un istituto di credito può essere suddiviso in due parti:  quella “buona” (good bank) e appunto quella “cattiva” (bad bank). Nella banca buona convergono le parti sane dell’attività di credito, mentre nell’altra tutte le attività cosiddette “tossiche” ovvero i titoli spazzatura (legati magari a mutui non riscossi) e più in generale i crediti in sofferenza.

Costituire una bad bank significa creare quindi una società nella quale far defluire le maggiori passività dell’istituto, in modo che quest’ultimo possa continuare a lavorare nel migliore dei modi con bilanci più “puliti”. Nel frattempo la società costituita lavorerà al recupero dei crediti e delle passività grazie a professionisti del settore, ricollocando i titoli della bad bank sul mercato. Ma chi compra questi titoli? Spesso è lo Stato stesso ad intervenire direttamente, per evitare il crac bancario. Ricordiamo la presenza in questo caso dell’ESM, il Fondo Salva Stati europeo, creato appositamente per dare sostegno alle banche e ai governi in caso di rischio bancarotta di un istituto. Ma non solo, i crediti deteriorati possono anche essere acquisiti da fondi d’investimento tramite azioni ordinarie (come nell’ipotesi Unicredit e Intesa Sanpaolo di cui tanto si vocifera).

Ma come mai ultimamente si parla spesso di bad bank? Innanzitutto perché , secondo quanto stimato da Banca d’Italia, sulle spalle delle banche italiane pesano 300 miliardi di euro di crediti deteriorati e quindi, a detta di molti, è arrivato il momento anche per il bel Paese di spolverare l’ipotesi bad bank per i propri istituti.

A dirlo è stato proprio il numero uno di Bankitalia Ignazio Visco che, durante il discorso tenutosi l’8 febbraio in occasione del 20° convegno Assiom Forex, ha dichiarato apprezzamento per tutti quegli interventi “volti a razionalizzare la gestione dei crediti deteriorati con la creazione di strutture dedicate in grado di aumentare l’efficienza delle procedure e la trasparenza di quelli attivi […] Interventi più ambiziosi, da valutare anche nella loro compatibilità con l’ordinamento europeo, non sono da escludere e possono consentire di liberare, a costi contenuti, risorse da utilizzare per il finanziamento dell’economia”.

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A scaldare poi la cronaca economica e finanziaria i rumors che coinvolgono Intesa Sanpaolo, Unicredit e Mediobanca, istituti che già avrebbero pronti i propri piani di “smaltimento” delle passività tramite bad bank.

Ad oggi, in Italia, solo il Banco di Napoli alla fine degli anni ’90 adottò tale soluzione dopo essere stata acquisita dal Sanpaolo Imi di Torino, conferendo i crediti deteriorati in un veicolo dal nome SGA (Società Gestione Attività) che poi riuscì a recuperare circa il 90% dei crediti.

Certo è che l’Europa appoggerebbe con favore tali soluzioni, viste nell’ottica del “prevenire è meglio che curare”. Quello che infatti non si vuole ripetere è un episodio come quello che ha coinvolto Bankia: l’istituto spagnolo creò una bad bank da 54 miliardi di euro quando ormai era in pieno crac, un fallimento che costò all’Europa e al Fondo Salva Stati ben 37 miliardi di euro.

 

Fonti: Borsa Italiana, Iononcicascopiù