L’invecchiamento della popolazione come market mover?

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I fenomeni socio demografici possono modificare il quadro macro-economico e il sistema finanziario mondiale.

Basti pensare a come in Italia, Paese famoso per la longevità dei propri abitanti, il sistema pensionistico sia stato messo in crisi anche da questa squilibrata redistribuzione tra popolazione giovane e anziana. A livello mondiale, entro il 2050 la proporzione di anziani tenderà a raddoppiare, passando dall’11% al 22% della popolazione totale. Nei prossimi 5 anni, per la prima volta nella storia dell’umanità, il numero di individui di età uguale o superiore a 65 anni supererà quello dei bambini al di sotto dei 5 anni.

L’incremento della popolazione anziana sarà più evidente nei Paesi in via di sviluppo, ma soprattutto nei Paesi industrializzati il segmento di popolazione che aumenterà maggiormente sarà quello degli ultraottantenni, il cui numero assoluto, entro il 2050, risulterà praticamente quadruplicato.

Secondo la banca d’affari Morgan Stanley proprio la “global ageing” rappresenterà nel prossimo decennio un mega trend che influenzerà i consumi; a beneficiare del trend sarebbero, secondo il report, i seguenti settori:

FARMACEUTICO E SANITARIO. Tutte le aziende legate all’healthcare beneficeranno per ovvi motivi del “global ageing”, soprattutto quelle operanti negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone. Tali aree sono attraversate infatti da un veloce invecchiamento della popolazione, con un tasso di crescita degli over65 che passerà dall’1,7% del periodo 1995-2010 al 2,6% del 1010-2025. Da considerare quindi soprattutto le aziende legate alla diagnostica, all’ortopedia, all’ortodonzia, agli apparecchi acustici e all’ottica.

TURISTICO. Secondo Morgan Stanley anche i gruppi operanti in particolare nel settore delle crociere e in generale delle vacanze beneficerà dell’invecchiamento globale.

ASSISTENZA ANZIANI E CASE DI RIPOSO. E’ un settore in continua crescita; vi sono gruppi specializzati già da anni in questo tipo di servizi, che vantano utili in continuo aumento e previsioni al rialzo anche sul lungo termine.

ASSICURATIVO. L’invecchiamento della popolazione sta facendo aumentare considerevolmente la domanda di polizze sanitarie.

GRANDE DISTRIBUZIONE. Per le società leader nella grande distribuzione, specializzarsi nell’offerta di prodotti per l’anziano è un trend che, se ben cavalcato, le renderebbe dei competitors d’eccezione. Morgan Stanley punta sui titoli legati a quelle società che già da tempo sono state in grado di attuare tale cambiamento di target.

 

Fonte: Iononcicascopiù

Competitività Italia

ImageI dati di Confcommercio parlano chiari: tra il 2007 e il 2013 la competitività delle aziende italiane è diminuita del 5%.

Un numero sconfortante, soprattutto alla luce del fatto che, nello stesso periodo, quella tedesca è cresciuta del 6%. “Un’Italia che non cresce ma al contrario arretra e arranca” ha dichiarato Carlo Sangalli, Presidente Confcommercio, andando di fatto a confermare quanto emerso anche dal recente incontro dei Giovani Imprenditori di Confindustria a Santa Margherita Ligure; occasione in cui, Giovanni Pitruzzella, Presidente Antitrust, ha sottolineato l’immediata necessità dell’Italia di adottare regole chiare che consentano all’economia di funzionare correttamente. “Non possiamo continuare a dire che l’Italia si deve aprire al mondo se non siamo in grado di offrire certezza su tempi e regole. Così è difficile attrarre capitali, difficilissimo essere competitivi” ha affermato Pitruzzella.

I problemi per la nostra competitività sono, a detta degli addetti al settore, sempre gli stessi da anni: pressione fiscale elevata, scarsa sostenibilità da parte degli istituti di credito, mancati pagamenti della Pubblica Amministrazione, burocrazia e fiscalità complesse e costose.

La classifica sulla competitività mondiale stilata dalla prestigiosa Business School Imd di Losanna, che mette a confronto 60 Paesi analizzati con ben 333 criteri diversi, ci colloca al 44esimo posto come livello di competitività. Nel ’97 l’Italia era al 39esimo posto: il Bel Paese ha perso 5 posizioni; siamo dietro alla Russia e all’intera Europa Centrale, peggio di noi nell’Area Euro solo Spagna e Portogallo. Anche gli svizzeri puntano il dito sul nostro cuneo fiscale elevato, che non favorisce reddito e fatturato e sull’eccessiva burocrazia.

Secondo lo studio della IMD all’Italia servirebbero una serie di azioni mirate che favoriscano le liberalizzazioni e che combattano corruzione ed evasione fiscale.

Emergenza credito

emergenzaL’Italia sta per affrontare una nuova ondata di crisi del credito? Dall’analisi di più dati, quelli diffusi in primis da Bankitalia, la situazione del credito nel Bel Paese sembra non conoscere tregua.

“L’Italia è ancora una volta in piena emergenza credito”, afferma il Centro Studi Confindustria in un report pubblicato l’8 marzo. I dati diffusi da Bankitalia sui prestiti bancari concessi a famiglie e imprese nel primo mese dell’anno sono infatti preoccupanti. Secondo l’istituto centrale, nel mese di gennaio i prestiti erogati al settore privato sono scesi dell’1,6% su base annua rispetto al -0,9% di dicembre, registrando il calo maggiore degli ultimi 14 mesi. Più precisamente, i prestiti alle famiglie sono diminuiti dello 0,6% su dodici mesi (-0,5% a dicembre), quelli alle società non finanziarie del 2,8% (-2,2% a dicembre).

Su queste basi il CSC sottolinea il pericolo dell’arrivo di una nuova ondata di credit-crunch (“stretta del credito”) e attribuisce una netta responsabilità alle banche stesse “la flessione dei prestiti è più marcata di quella del Pil nominale e i dati indicano che è avvenuta prima la riduzione dell’offerta di credito, che è stata la principale causa della seconda recessione, e solo dopo è seguito il calo di domanda” afferma Confindustria.

Interessante esaminare in questa luce un’altra serie di dati, quelli derivanti da un’analisi della Cgia di Mestre. L’associazione Artigiani e Piccole Imprese veneta individua un’anomalia nel sistema del credito: l’81% circa degli oltre 1.335 mld di prestiti erogati dalle banche italiane è infatti concesso ad un esiguo 10% di gruppi e grosse società industriali (i cosiddetti clienti affidati) mentre il rimanente 19% viene destinato a famiglie, pmi e a lavoratori autonomi che di fatto costituiscono il 90% dei clienti delle banca. Non solo, dall’analisi della distribuzione del tasso d’insolvenza emerge che il 78,3% è concentrato proprio nelle mani di quel 10% che viene privilegiato nella concessione di credito. Giuseppe Bortolussi, segretario Cgia, afferma che “nei rapporti tra banche ed imprese tutto è clamorosamente rovesciato: chi riceve la quasi totalità dei prestiti presenta livelli di affidabilità bassissimi, mentre chi dimostra di essere un buon pagatore ottiene il denaro con il contagocce”.

Per concludere, citiamo anche un report di Mediobanca, il quale quantifica in 21 mld l’ammontare dei crediti dubbi (principale motivazione dell’attuale restrizione del credito) del sistema bancario italiano, ovvero di quanto le banche necessiterebbero per allineare i propri bilanci secondo le normative europee. Nel report emerge che la copertura media dei crediti dubbi delle banche italiane è pari al 39%, il 14% in meno rispetto alle media europea.

Come fare dunque per uscire da questa stretta? Sicuramente serve una forte risposta da parte delle istituzioni, che per troppo tempo hanno sottovalutato o mal gestito tale problema strutturale. Ma certo non è questa la sede più opportuna per affrontare nel dettaglio le possibili soluzioni di medio e lungo termine.

Per dare il nostro contributo concreto e favorire l’accesso al credito alle imprese e alle famiglie, noi del gruppo Azimut abbiamo costruito e rafforzato partnerships con alcuni importanti istituti di credito italiani ed esteri, riservando ai nostri clienti condizioni riservate e privilegiate.

Per saperne di più, contattami.

 

Fonti dati: Banca d’Italia, Centro Studi Confindustria, CGIA Mestre, Mediobanca Securities

 

Caso Cipro, facciamo chiarezza

LA BCE E IL “PENSIERO DI DRAGHI”

bANKcYPDopo la recente “confusione” seguita alla definizione degli aiuti a Cipro, la riunione della BCE era molto attesa dai mercati. In effetti il “pensiero di Draghi” ci può aiutare ad interpretare meglio quanto letto in questi giorni sul caso Cipro e su eventuali contagi agli altri paesi periferici.

Inoltre, di seguito vogliamo mettere in evidenza le differenze tra i depositi bancari in Cipro e i depositi bancari negli altri paesi europei, con particolare riguardo a quelli in Lussemburgo.

La BCE ha lasciato invariati i tassi ufficiali, anche se il tono del comunicato è stato molto “accomodante” rispetto a un mese fa. Infatti, il Consiglio ha preso atto del fatto che l’economia europea si sta indebolendo anche nella prima parte del 2013 (nonostante un mese fa si attendeva una fase di stabilizzazione della congiuntura). Adesso la BCE “terrà sotto stretto monitoraggio” gli sviluppi dei dati macroeconomici per la seconda parte dell’anno e nel frattempo continuerà “fin quando sarà necessario” a fornire liquidità al sistema tramite le aste di rifinanziamento.

Se la debolezza del ciclo economico dovesse persistere, la BCE ha detto di avere allo studio nuove misure non convenzionali per cercare di stimolare l’erogazione di credito alle piccole e medie imprese. Anche se la BCE si dichiara “pronta ad agire” Draghi ha ribadito che le azioni intraprese devono rientrare nei limiti del mandato della BCE, rimandando alla necessità di affidarsi all’azione di “altre parti”, come gli interventi diretti dei Governi nazionali. 

Nella parte dedicata alle risposte alle domande, Draghi ha chiarito che le dichiarazioni del presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, sulla possibilità che la “soluzione cipriota” possa essere un modello per l’intero settore bancario europeo, sono state interpretate male e che Cipro non è un “esempio” che verrà seguito per eventuali aiuti ad altri Stati.

Infatti, nel caso di Cipro c’erano solo i depositi da “colpire”, in altri eventuali salvataggi si potrà invece ricorrere al coinvolgimento del settore privato in forme diverse dai depositi bancari (debito subordinato, emissioni obbligazionarie, etc), depositi che probabilmente saranno l’ultimo livello d’intervento solo per le realtà bancarie più deboli; inoltre, è possibile pensare che le filiali estere di una banca nazionale possano essere soggette a regole diverse da quelle vigenti nella nazione della casa “madre” perché come ha messo in evidenza Lombard Odier, “gli euro in un paese più debole sopportano un maggior rischio di essere confiscati rispetto a quelli in un paese più forte”.

Aggiungiamo, inoltre, che la stabilizzazione dei depositi bancari di molti paesi periferici degli ultimi mesi è stata un progresso importante ottenuto dalla BCE per riequilibrare il sistema finanziario europeo. Infatti, tutto ciò ha permesso di razionalizzare il sistema di pagamenti Target2 con il miglioramento della posizione dei paesi creditori come la Germania, che però vanta ancora 600 mld di euro nei confronti del sistema Euro. Con questi crediti la Germania può permettersi un “break up” dell’Euro?

Cipro ci insegna, quindi, che probabilmente eventuali futuri salvataggi verranno fatti solo con la compartecipazione parziale, pubblica e privata, agli aiuti della Troika. In questo modo l’Eurozona cerca di evitare fenomeni di “free rider” impedendo che alcuni paesi approfittino degli aiuti (allentando la disciplina fiscale), proteggendo la solvibilità degli Stati; in definitiva, dopo Cipro il debito dei Governi dovrebbe essere più solido e quello dei Privati più debole di prima!

La BCE non prende neanche in considerazione la possibilità di un’uscita di Cipro e/o della Grecia dall’Euro perché non converrebbe né ai paesi interessati né a tutti gli altri aderenti: non sarebbe conveniente per Cipro perché le misure di ristrutturazione di risanamento dei bilanci bancari dovrebbero comunque essere portate a termine e per la Grecia perché ormai la fase di aumento della competitività dell’economia greca è in fase avanzata vista la forte riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto greco, tornato ai livelli del 2001.

I DEPOSITI BANCARI IN LUSSEMBURGO DI APOGEO E AZIMUT

Da quanto detto sopra ci sentiamo di fare alcune considerazioni finali sulle associazioni fatte da alcune testate economiche e giornalistiche tra detenere depositi bancari a Cipro e detenerli in Lussemburgo. A nostro parere, il paragone non regge per diversi motivi (vedi approfondimento).

Riteniamo che i fondamentali dell’economia del Lussemburgo siano profondamente differenti da quelli di Cipro. Solo per ricordare alcune cifre, il Lussemburgo ha un rating S&P pari a AAA (il livello più alto, nella scala dell’ agenzia americana), un debito/pil assolutamente non preoccupante (18%) ed una disoccupazione fisiologica al 5,5%. Il Granducato, grazie al suo posizionamento nel cuore del Nord Europa, è da sempre al centro del processo di integrazione economica: è uno 6 membri fondatori della Comunità Europea (Schuman Plan 1951 e trattatato di Roma 1957) ed è sede delle principali istituzioni (Corte di Giustizia Europea, Corte dei Revisori, Segretariato del parlamento Europeo, BEI, etc).

Al contrario, Cipro è entrata nell’Unione Europea soltanto nel 2004 e nell’Eurozona nel 2008, evidenziando quindi un ruolo profondamente differente da quello ricoperto dal Lussemburgo in termini di prestigio e del ruolo ricoperto nel processo di integrazione Europea. Cipro, inoltre, deve confrontarsi con un’economia significativamente più debole, con un debito/pil dell’80% e una disoccupazione del 14%, ed un rating “pre-aiuti” di CCC di S&P (ampiamente al di sotto dell’Investment Grade, il rating individua un merito creditizio fortemente speculativo).

Inoltre, con riferimento alle attività finanziarie in Lussemburgo, il Granducato esprime la propria forza competitiva nel settore della gestione del risparmio: è il secondo centro mondiale per l’industria dei fondi dopo gli USA, (2,4 trilioni di AUM in Euro) e conta di 4.000 fondi distribuiti in 50 paesi di cui l’Italia rappresenta l’8% e si posiziona al 5° posto dopo USA, Germania, Svizzera e Gran Bretagna.

Nello specifico i depositi bancari che Azimut detiene nei portafogli dei propri comparti sono ampiamente diversificati ed includono anche filiali di banche italiane operanti in Lussemburgo, considerate solide dai nostri analisti che effettuano approfondite attività di due diligence.  

Infatti, il monitoraggio delle controparti bancarie viene effettuato attraverso un controllo rigoroso del rischio controparte tramite un modello di rating proprietario e la fissazione di limiti massimi sull’esposizione verso ciascuna controparte. Nello specifico, il modello di valutazione interno si basa sull’analisi della qualità degli attivi bancari, sulla profittabilità degli impieghi, sull’ adeguatezza patrimoniale, sul confronto periodico con il management e sullo studio costante della performance operativa della banca.

Tutti ottimi motivi per rivolgerti ad un gruppo serio e leader del settore come Azimut per la gestione dei tuoi risparmi.

Non esitare a contattarmi, dunque: insieme troveremo le migliori risposte ai tuoi dubbi e le migliori soluzioni alle tue esigenze.

 

Fonte: Azimut Ufficio Studi

Disclaimer

La guerra delle valute

CurrenciesPericolo scongiurato o semplice tregua? Il dibattito in merito al rischio di una guerra valutaria non si è ancora spento; le posizioni sono estreme: si passa da chi crede siano tutti falsi timori, a chi invece teme diventerà presto una realtà.
La storia insegna che una guerra monetaria non porta da nessuna parte: negli anni 30’, con lo scoppio della Grande Depressione, la guerra al ribasso tra Francia, Regno Unito e Stati Uniti non portò altro che a politiche restrittive e protezionistiche che certo non favorirono l’import-export e la ripresa economica.

Il riemergere della possibiltà di una guerra tra valute arriva dal Giappone: il primo ministro Shinzo Abe promise già in campagna elettorale che avrebbe cercato di diminuire l’ormai storica deflazione nipponica, ponendosi come fine il raggiungimento di un’inflazione al 2-3%. L’immissione sul mercato di moneta, porterebbe (e ha già portato) alla svalutazione dello yen che, conseguentemente, accrescerebbe la propria concorrenzialità rispetto alle valute più forti. L’export giapponese ne uscirebbe vincente.
A far paura ad Abe è soprattutto la moneta europea: le misure salva-euro adottate dalla Bce di Mario Draghi hanno avuto la conseguenza di rafforzare sempre più il valore dell’Euro. Non solo, secondo Abe, Bce e Federal Reserve sarebbero in realtà già pronte ad immettere nuova moneta sui mercati.

Il recente G20 di Mosca (15-16-17 febbraio 2013) ha posto una barriera alla possibilità di una guerra valutaria: se il Giappone mettesse in atto tale manovra, i Paesi concorrenti si vedrebbero costretti alla medesima mossa, e si creerebbe appunto una guerra tra valute. Secondo alcuni questo non avrebbe in realtà conseguenze negative, perché la svalutazione massiccia di tutte le monete annullerebbe gli effetti della guerra stessa.

Per i pessimisti però, il pericolo è tutt’altro che scampato. Recentemente il Ministro francese per lo Sviluppo Economico, Arnaud Montebourg, ha attaccato la Bce. Montebourg vorrebbe che Mario Draghi intervenisse sulla sopravvalutazione dell’Euro; “Se si vuole la crescita è necessario far scendere l’Euro, questo è il compito dei responsabili politici dell’Eurogruppo […] abbiamo bisogno in questo momento di una moneta più debole che ritrovi dei livelli normali per dare ossigeno alle economie europee” ha affermato Montebourg.

Ma una gara alla svalutazione causerebbe gravi danni al commercio internazionale favorendone l’instabilità; inoltre, in una situazione già di per sè problematica come quella attuale, potrebbe avere conseguenze negative anche sull’occupazione e soprattutto sul potere d’acquisto dei cittadini.

Tra gli ottimisti, chi pensa invece che l’immissione di nuova moneta aiuterebbe in realtà la ripresa economica, forti del fatto che le conseguenze degli anni ’30, non possano essere prese come parametro di confronto per calcolare i riflessi che una guerra valutaria avrebbe nell’economia del 2000.
Ma come si calcola precisamente il valore di una valuta rispetto ad un’ altra? Basta un semplice panino Big Mac di Mc Donald’s e di questo parlerò in un prossimo articolo.

 

Fonte: www.iononcicascopiu.it

Mercati e contesto economico, marzo 2013

immagMario Draghi nell’ultima riunione della BCE ha cercato di rassicurare i mercati sul futuro governo italiano affermando che la strada da seguire sull’Euro è già stata tracciata con l’impegno sul fiscal compact e che adesso si viaggia con il “pilota automatico”, espressione quest’ultima che potrebbe non piacere agli elettori italiani che aspettano decisioni importanti sulla crescita economica. Il governatore della BCE ha rivisto al ribasso le stime di crescita dell’Eurozona e il profilo dell’inflazione che si manterrà ben sotto il livello target della Banca Centrale.

In Europa i dati macroeconomici sono misti con gli indici manifatturieri in lieve miglioramento, con la Germania che cresce ma che vede contrarsi il surplus della bilancia commerciale migliorando il saldo verso i paesi extra-euro ma peggiorando quello verso l’Eurozona. Per l’Italia vi è la nota positiva del miglioramento dell’export verso i paesi extra-Euro conquistando quote di mercato anche a discapito della stessa Germania; forse l’austerità inizia a dare i primi frutti in termini di recupero della competitività via riduzione del costo del lavoro?

Come abbiamo già avuto modo di ricordare, il tema centrale sulla questione del debito europeo è la diversa competitività tra paesi core e “periferia”. Le politiche di austerità d’impronta tedesca mirano a ridurre il debito complessivo di un paese comprimendo il “debito estero” tramite la riduzione delle importazioni a seguito di un rallentamento dei consumi; in alternativa, per evitare i costi di una disoccupazione crescente, c’è chi sostiene che il debito/Pil vada ridotto tramite la crescita del denominatore.

Il dibattito è più “politico” di quanto possa sembrare perché si tratta, in definitiva, di una contrapposizione tra chi sostiene un maggior intervento dello Stato nell’economia e chi ha una visione maggiormente liberista dell’economia. A giudicare dall’esito elettorale in Italia sono sempre più i pareri favorevoli a un maggior intervento dello Stato per sostenere una crescita economica che non sembra essere in grado di ripartire, almeno fino a quando le banche non torneranno a concedere credito alle imprese e alle famiglie. Intanto, le tensioni sul debito italiano, dopo il downgrading di Moody’s, si ripercuotono sull’andamento dello spread tra Italia e Spagna che vede il paese iberico recuperare credibilità nei nostri confronti, pur in presenza di fondamentali che rimangono migliori di quelli spagnoli.

In Usa il bazooka della Fed sta facendo passare in secondo piano l’entrata in vigore dal 1° marzo dei tagli fiscali automatici e i problemi di consolidamento del bilancio che prima o poi gli Usa dovranno affrontare con mezzi diversi dallo “stampare” moneta. Di certo per adesso la politica monetaria espansiva va avanti visto che i progressi del mercato del lavoro sono ancora lontani dall’obiettivo dichiarato della Fed.

Ed ora un commento flash per le principali categorie di investimento:

Azioni Mondiali: come anticipato nei precedenti commenti d’attualità, i flussi di capitale si stanno spostando dal monetario all’azionario dove sono in aumento le operazioni di fusione e acquisizione.

Valute: euro ancora debole sia nei confronti del dollaro sia delle altre valute.

Obbligazioni e Crediti: movimento laterale (con inclinazione al rialzo negli ultimissimi giorni) degli spread di rendimento dei paesi periferici rispetto al Bund tedesco. I rendimenti corporate sono rimasti stabili.

Materie Prime: le posizioni lunghe sull’oro e sulle altre 18 principali materie prime sono diminuite. Il mercato cinese sta fronteggiando un eccesso di produzione e un rallentamento della domanda.

Fonte: Azimut Ufficio Studi

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Miti da sfatare: il mattone è davvero il miglior investimento possibile?

images[9]Casa dolce casa. Gli italiani amano il mattone.

Questo è un dato di fatto, l’investimento immobiliare è la scelta principe per la stragrande maggioranza degli italiani.
Dietro l’acquisto di una casa ci sono forti motivazioni psicologiche. Le più importanti sono legate alla tranquillità che offre avere “un tetto sopra la testa” e all’apparente maggiore sicurezza data dal fatto che un immobile è un bene fisicamente tangibile, che si vede, si tocca.

Però, a parte la casa di proprietà che merita un discorso a parte, siamo sicuri che il mattone sia sempre un affare?

Oggi vi do qualche spunto di riflessione e vi riporto alcuni dati per provare a sfatare questo mito calandomi nei panni dei protagonisti del famoso programma televisivo MythBusters, due esperti di effetti speciali che mettono alla prova la validità di numerose leggende urbane e credenze.

Dunque, siamo certi che, conti alla mano, l’immobile convenga come puro investimento? Abbiamo considerato tutti i costi sommersi e indiretti che gravano dietro all’acquisto e la gestione di un immobile da mettere a reddito? A fare due conti, molte certezze vacillano.

Partiamo innanzitutto dal contesto di mercato. E’ indubbio che i prezzi delle case siano cresciuti in maniera esponenziale fino alla fine del 2007. Una crescita violenta trainata dai mutui facili (che ci sono costati moltissimo come insegna la crisi dei mutui subprime americani del 2008) e da un mercato drogato senza solide fondamenta.
Successivamente, complice anche la crisi i prezzi sono iniziati a scendere in modo deciso soprattutto nelle zone meno “nobili”, quelle però dove risiedono la maggior parte dei risparmiatori che adesso ne pagano il prezzo.

Proprio ieri l’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle Entrate ha evidenziato quasi un dimezzamento del mercato immobiliare italiano rispetto ai picchi del 2006, crollando ai livelli del 1985. Nel 2012 le abitazioni comprate o vendute si sono fermate a 444mila unità, come non accadeva da quasi trent’anni. Il calo dal 2011 al 2012 è stato del 25,8%. Nel quarto trimestre dell’anno, in particolare, le compravendite immobiliari sono precipitate del 29,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Oltre a questo, l’anno scorso i prezzi delle abitazioni sono calati mediamente del 12%. Dall’inizio della crisi del 2008 ad oggi, per le sole abitazioni i prezzi sono calati nell’ordine del 20-25%.

In altre parole è quindi molto più difficile vendere una casa e se si contabilizzasse quotidianamente a valore di mercato ogni proprietà immobiliare le famiglie si troverebbero di fronte a spiacevoli sorprese e grafici in discesa.

Questa tendenza, soprattutto in alcune zone, non sembrerebbe destinata a invertirsi. Anzi. Complice la crisi, le maggiori difficoltà di ottenere un mutuo, forme di investimento diverse, insieme all’analisi di tutti i costi e le tasse connesse per l’acquisto di una casa stanno facendo vacillare tante certezze. In particolar modo quando si tratta di immobili a reddito e quindi non prime case.

Ciò non significa che investire in immobili sia sempre sbagliato o non conveniente, significa che non dovrebbe essere l’unica forma di investimento in portafoglio. Agli immobili dovrebbero essere affiancate soluzioni finanziarie che hanno dalla loro alcuni innegabili vantaggi, complementari e che perfettamente si integrano con il “mattone” quali la liquidabilità, la trasparenza dei prezzi, la quotazione giornaliera, ecc. Ancor meglio se si prediligono soluzioni altamente diversificate per area geografica (per contenere il cosiddetto “rischio paese” e accedere a mercati più floridi ed in crescita dell’Italia), valuta e settore.

Per assicurarsi una rendita e buoni rendimenti esistono numerosi strumenti alternativi al “mattone”, con caratteristiche diverse e spesso complementari. Alcuni esempi? Cedole e dividendi.

ced.div. vs matt

La storia ci insegna che la regola della diversificazione non solo è saggia ma paga.

Vuoi conoscere insieme a me, numeri alla mano, in che modo è possibile impostare una gestione complessiva del patrimonio in maniera efficiente, diversificata, fiscalmente conveniente, con il miglior rapporto rischio/rendimento atteso?

Contattami per un appuntamento, approfondiremo strumenti e soluzioni per sfatare insieme il mito del “mattone”.