La prossima generazione: educazione finanziaria e ruolo del consulente

ed fin“Conoscere per deliberare” è una celebre citazione di Einaudi, i maliziosi dicono perché è il titolo della prima delle Prediche Inutili pubblicate nel 1955. In ogni caso è un monito che non perde vigore e la conoscenza è indispensabile anche in una saggia pianificazione dei propri investimenti.

Ricevo settimanalmente via mail – e spesso condivido su questo blog – le lezioni del Professore di psicologia cognitiva Paolo Legrenzi che, in collaborazione con la società di investimento Swiss & Global AM, analizza il tema della finanza comportamentale e della consulenza finanziaria da diversi e sempre interessanti punti di vista.

L’argomento dell’ultima lezione è di grande attualità: le prospettive del futuro delle famiglie italiane e, nel complesso, del paese, partendo dai problemi di pianificazione finanziaria.

In effetti, il paese altro non sarà che la prossima generazione formata dai figli-eredi di ciascuna famiglia. Che cosa erediteranno?

Ecco l’opinione del Prof. Legrenzi:

“Erediteranno un capitale umano, dovuto alla loro formazione. Questo si sommerà – non in ogni famiglia – a un cumulo di risparmi trasmesso dalle generazioni precedenti. Se consideriamo il tema della pianificazione delle famiglie, possiamo pensare che un buon capitale umano possa compensare i risparmi, se pochi o nulli, ma non viceversa. Se poi consideriamo il quadro complessivo del paese, la situazione non è rosea perché nel 2014 abbiamo avuto soltanto 509mila nascita e 600mila decessi: il bilancio peggiore da quando è nata l’Italia come stato unitario. I dati Istat sono preoccupanti anche perché già oggi molti dei ragazzi, tra quelli formati bene, e quindi competitivi a livello internazionale, vanno a lavorare all’estero impoverendo così il futuro capitale umano del paese. La povertà di capitale umano spiega anche l’altro lato della vicenda, e cioè la scarsa qualità dei risparmi cumulati che verranno trasmessi. Il quadro qui è negativo perché non si è ancora riusciti, nella maggior parte dei casi, a sostituire dalla mente della maggioranza dei risparmiatori la psicologia ingenua che impedisce la comprensione di una buona gestione dei risparmi, in particolare la diversificazione del portafoglio. Di fronte a questa constatazione, si aprono tre questioni, affrontate e discusse in questi anni.

Eccole:

1. il tentativo di sostituire il consulente con un’adeguata educazione finanziaria;

2. il concepire l’educazione finanziaria come supporto di accompagnamento al lavoro del consulente, così da poter capire meglio quello che fa il consulente sul nostro portafoglio;

3. preparare un’architettura della decisione tale per cui il risparmiatore, autonomamente, è meno vittima, anche inconsapevolmente, di distorsioni cognitive sistematiche.

Di queste tre vie la prima non funziona: più volte ho cercato di dimostrare che la conoscenza dei nostri errori sistematici non implica diventarne esenti, soprattutto quando abbiamo a che fare con i nostri soldi.
La seconda via, meno pretenziosa, è quella che suggerisco nei nostri incontri e che cerco di incoraggiare con queste lezioni.La terza è la via è più paternalistica, e va oggi di moda. Sulla natura di questa terza via mi voglio soffermare più a lungo.
Facciamo un esempio di architettura della decisione volta a favorire i risparmiatori. Maya O. Shaton, una ricercatrice israeliana che ha appena conseguito un dottorato all’Università di Chicago, ha analizzato un’opportunità di studio che si è creata in Israele (cfr. The Display of Information and Household Investment Behavior, novembre 2014, in rete). L’autorità di controllo israeliana ha recentemente proibito ai fondi pensione di mostrare ai risparmiatori, nel loro estratto conto mensile, il rendimento dei loro investimenti nel mese precedente. Quello che vede un risparmiatore, a differenza del passato, non è il rendimento di un mese, bensì quello di un anno. Anche dopo questo cambio di regole e procedure, è sempre possibile ritrovare il rendimento dell’ultimo mese. Basta sottrarre al rendimento dell’anno appena terminato il rendimento annuale maturato alla fine del mese precedente. Il vero cambiamento dunque riguarda soltanto ciò che si vede al primo colpo d’occhio. Per ritrovare la vecchia informazione si deve fare un calcolo, non complicato ma oneroso sul piano dei costi cognitivi. Quindi non si tratta di un cambiamento di informazioni,  ma di un mutamento nella gerarchia di accessibilità delle informazioni. Si tratta insomma di un esempio d’intervento sull’architettura della scelta: quanto spesso il risparmiatore interviene sul portafoglio a seconda di come gli viene presentato il rendimento? La nuova disposizione punta sulla pigrizia dei risparmiatori che, in questo caso, ha effetti benefici. Infatti vengono meno spaventati dalla volatilità mensile, in particolare dalle perdite che fanno molta paura, senza costringerli a guardare il loro estratto una sola volta all’anno (o ancora più raramente). Le persone vengono cioè tenute informate in modi che sfruttano la loro pigrizia. In effetti, Maya Shaton ha mostrato che i risparmiatori scelgono così in modo più saggio, coerente e meditato, con un beneficio per i loro risparmi. E tuttavia, in realtà, non sono consapevoli del perché in tal modo fanno meglio, né della loro pigrizia. Non si tratta cioè di autentica educazione finanziaria, ma di sfruttamento, a fin di bene, dell’ignoranza finanziaria.

Personalmente ho forse una distorsione professionale, essendo professore. Credo tuttavia che, alla lunga, sia meglio capire a fondo come stanno le cose invece di ricorrere a mezzi paternalistici. Se gli scenari cambiano, chi ha capito bene i meccanismi della buona gestione riesce a trasferire la sua consapevolezza anche a nuovi contesti. Al contrario i benefici indotti dall’architettura della scelta funzionano bene solo fino a quando abbiamo a che fare con una specifica architettura, quella costruita da chi ci fornisce le informazioni. Non sono critico di questo modo di fare per motivi moralistici (c’è chi condanna gli inganni a fin di bene), ma per l’efficacia generale di questo modo di procedere. In fondo, il fatto che gli italiani non si preoccupassero del valore dei loro investimenti immobiliari era attribuibile proprio a un meccanismo analogo a quello studiato da Maya Shaton. Quando si sono accorti di quanto “sbilanciati” erano i loro risparmi, poteva essere ormai troppo tardi (e spesso lo è stato). Non vorrei che un ritardo analogo caratterizzasse la pianificazione finanziaria. Saper progettare e valutare il proprio futuro, tra cui il destino previdenziale, è un’attività non semplice, anche se si hanno tutte le informazioni. I fattori in gioco sono molti: crescita del Pil, prospettive di carriera, inflazione attesa, dinamiche di reddito, anzianità contributiva, forme di tassazione, e così via. Molte di queste variabili sono incerte e quasi tutte implicano una valutazione a lungo termine, che esula dagli orizzonti temporali normalmente presi in considerazione nei progetti di vita. La maggioranza delle persone non riesce neppure a prendere in considerazione gli orizzonti temporali necessari per gestire bene i risparmi (cfr. Legrenzi, 2013, cap. VII, Tempi, pp. 81-92). Nel caso specifico dell’Italia, la necessità di fornire una buona architettura delle scelte è resa impellente dato che nel nostro paese sono più forti che altrove due miti:

– andare in pensione presto fa bene al lavoratore anziano;

– andare in pensione libera il posto per un lavoratore giovane.

Non ci soffermiamo qui a illustrare l’infondatezza di queste credenze, due miti appunto, perché questi miti sono stati smontati in modo lucido e documentato da Della Zuanna e Weber con un’analisi rigorosa dei dati (2011).
Ci concentreremo invece, nella prossima lezione, sul punto dell’architettura delle scelte, un tema che in inglese viene trattato sotto varie etichette.”
Fonte: I Soldi in Testa, Swiss & Global Asset Management

Spregiudicatezze e magagne bancarie: caro cliente, i pasti gratis non esistono

immDa anni si susseguono scandali e spiacevoli vicende che coinvolgono le banche e, di riflesso, i loro clienti. Ma, nonostante la reputazione degli istituti di credito sia in costante e deciso ribasso, sono ancora troppo pochi i risparmiatori che hanno piena consapevolezza di ciò che può accadere loro in circostanze di difficoltà. Per evitare sgradevoli inconvenienti è fondamentale comprendere che in finanza, come in qualunque altro ambito della vita, “i pasti gratis non esistono”.

Gli ultimi scandali di alcune banche popolari, Ubi, Etruria e Veneto Banca, aldilà delle differenze, dimostrano la necessità di intervenire sulla loro governance, trasformandole in società per azioni. L’autoreferenzialità delle popolari ha favorito gestioni dissennate e permette ancora egemonie prolungate di tanti banchieri con vere e proprie incrostazioni di potere. For example: il patriarca della Pop. di Sondrio Piero Melazzini (84 anni) dal 1987 è stato al vertice (dg e presidente) e da aprile 2014 è presidente onorario; Gianni Zonin (77 anni) è presidente della Vicenza da 25 anni; Giovanni De Censi (76 anni) nel 1975 è divenuto vicedg di CreVal, entrando nel 1994 nel Cda di cui è oggi presidente.

“Le difficoltà sono state acuite, anche in misura drammatica, dall’egemonia prolungata e incontrollata di una singola figura o di un gruppo di potere espressione di una minoranza”, ha affermato il direttore generale di Bankitalia Salvatore Rossi durante l’audizione in Parlamento del 17 febbraio scorso. Accorgersene prima, no?

Purtroppo, senza mettere in discussione la correttezza di tanti istituti cooperativi, in passato molte popolari hanno avuto derive giudiziarie, con cause differenti, ma con una matrice unica: la presenza di dominus con poteri incontrastati per effetto del circuito vizioso della rieleggibilità automatica da parte di gruppi ristretti di azionisti beneficiari. Si pensa ad esempio agli scandali Pop. di Novara (1993), Bipop (2002), Lodi (2005), Intra (2006) tutti imperniati su un padre padrone.

E quali sono state le conseguenze per i clienti? Per semplicità analizziamo oggi l’ultimo caso in ordine cronologico, quello di Veneto Banca (comparabile per numerosi aspetti a tanti altri, da Banca Marche a Cassa di Risparmio di Ferrara).

Le testimonianze raccolte da Il Sole 24 Ore, che dovranno ora trovare riscontro nei risultati dell’inchiesta, attestano che era prassi la richiesta di diventare soci in cambio di un finanziamento: tu cliente compri le mie azioni (non quotate) ed io banca in cambio ti concedo il mutuo o il fido. Il tutto senza alcun documento scritto, per non lasciare tracce. Anche in questo modo l’istituto gonfiava artificialmente il proprio capitale.

In tanti hanno vissuto l’investimento in azioni delle banche cooperative come una sorta di buona azione, salvo poi scoprire che spesso dietro la facciata c’è poca sostanza e che l’investimento magari non è così redditizio come si credeva. Anzi, che a vendere non sempre si riesce, specie nei momenti di crisi quando dei soldi ci sarebbe più bisogno e che non è nemmeno detto che si recuperi il capitale.

Perché il prezzo delle azioni di banche non quotate viene stabilito arbitrariamente dal management della banca stessa e, naturalmente, per venderle serve trovare un compratore, che non sempre esiste…

La consapevolezza è fondamentale e crearla nei risparmiatori è parte importante della mia attività di consulenza. Aiutare le persone e le aziende ad evitare le trappole e selezionare solo le soluzioni più idonee alle loro esigenze.

Se hai voglia di chiarirti ancor meglio le idee su questi temi contattami e sarò felice di darti il mio supporto!

Azimut Libera Impresa Tour

top_logoINNOVARE PER CRESCERE, QUESTA E’ LA SFIDA.

Grazie all’indipendenza da gruppi bancari, assicurativi e industriali, il Gruppo Azimut è sempre stato libero di scegliere la strada dell’innovazione, in Italia come all’estero.
Proseguendo questo cammino, Azimut ha ampliato il proprio modello di business con un’iniziativa inedita che ha l’obiettivo di offrire alle aziende soluzioni specifiche per ogni fase del loro ciclo di vita.

La sfida contemporanea per il sistema Italia è creare un percorso alternativo capace di superare le attuali complessità, salvaguardando le imprese solide e, al contempo, investendo nell’innovazione attraverso iniziative che favoriscano lo sviluppo e la crescita di nuove realtà imprenditoriali.

UN SUPPORTO CONCRETO PER IL SISTEMA ITALIA.

Il 29 e 30 gennaio Azimut ha presentato, a Milano Rho-Fiera, la propria piattaforma d’azione privata a sostegno delle imprese e del sistema Italia.
Un evento unico, che ha visto partecipare migliaia di imprenditori da tutt’Italia in una due giorni dedicata al “fare impresa”.
Attraverso l’intervento di importanti economisti, sociologi, giornalisti e soprattutto imprenditori, la piattaforma AZIMUT LIBERA IMPRESA ha individuato, per ogni fase del ciclo di vita di impresa, soluzioni concrete utili a supportare imprenditori e aziende ad alto potenziale.

20 APPUNTAMENTI DA MAGGIO A OTTOBRE, PER TRACCIARE LA VIA DELLA RIPRESA.

AZIMUT LIBERA IMPRESA è pronta a portare la sua nuova prospettiva in tutta Italia per incontrare e sostenere la volontà di tornare a “fare impresa” nel nostro Paese.
L’obiettivo di ogni appuntamento è coinvolgere le realtà locali per creare nuove sinergie d’azione tra aziende, imprenditori e investitori attraverso una giornata di Business Forum dedicato a sviluppare soluzioni efficaci per ogni fase del ciclo di vita di impresa.
Seguiteci mentre attraversiamo l’Italia: condivideremo con voi direzioni e idee alternative per continuare lungo la via dello sviluppo e della crescita.

Il tour è partito da Torino il 13 maggio e proseguirà lungo la penisola fino ad ottobre: su questo link potrete trovare l’elenco di tutte le città, le date, i programmi ed i contenuti relativi agli eventi che si sono già svolti:

Azimut Libera Impresa Tour

 

Risparmi, pensioni, futuro: la miopia degli italiani

miopeIl dizionario della lingua italiana definisce miopia il “difetto della vista che consiste in una rifrazione dell’occhio, per cui gli oggetti distanti appaiono sfocati, mentre si vedono meglio le cose molto vicine”.

In tema di risparmi e soprattutto di previdenza gli italiani risultano miopi, dimostrando di non riuscire a focalizzarsi sul lungo termine: è questo, in estrema sintesi, ciò che emerge dal “Global Investment Trends Report 2014” un sondaggio realizzato lo scorso gennaio da Schroders, società di gestione del risparmio internazionale, che ha interpellato poco meno di 16mila persone residenti in 23 paesi, intenzionati a investire almeno 10mila euro il prossimo anno.

Gli italiani sono preoccupati e pensano spesso alla pensione ma non fanno un granché per costruirla. Al punto che paesi in cui il valore del risparmio è molto meno radicata che da noi, mostrano un’attenzione per il futuro pensionistico di molto superiore al nostro: è il caso della Gran Bretagna dove il 59% dei lavoratori risparmia per la pensione, mentre in Italia solo il 29% accantona qualcosa per avere in cambio, quando smetterà di lavorare, un reddito adeguato alle esigenze future.

Dunque, l’idea dei risparmiatori italiani “formiche”, pronte a riempire il salvadanaio contro ogni evenienza, va evidentemente rivista: la paura per un futuro incerto caratterizza – nonostante i primi segnali di ripresa dell’economia – ancora una quota maggioritaria degli italiani; ma ciò non si traduce in contromisure fattive. Di più: solo una sparuta minoranza dell’1% degli italiani intervistati dice di programmare gli investimenti con un obiettivo di oltre 10 anni, mentre solo il 14% indica un orizzonte tra 5 e 10 anni. Oltre i due terzi del campione, ben il 68% degli intervistati, arriva a costruire una prospettiva comunque non superiore ai 5 anni. Il 14%, inoltre, mira a ottenere ritorni soddisfacenti nell’immediato.

Il confronto internazionale che emerge dall’indagine è impietoso: solo il 17% degli italiani prende decisioni sul proprio denaro con una dinamica di oltre 5 anni, contro il 29% degli inglesi, il 36% dei francesi, il 32% dei tedeschi e il 16% degli spagnoli, i più simili a noi per miopia finanziaria. E’ da sottolineare inoltre il gap tra il 29% di chi risparmia e il 33% che mira a mantenere il proprio stile di vita in caso di perdita del lavoro o di riduzione dello stipendio, e il 29% dice di voler essere pronto a far fronte a eventuali emergenze. Questi dati confermano che è ancora il senso di precarietà di breve periodo a influire sulle scelte d’investimento degli italiani, prevalendo sui temi pensionistici.

Inoltre, l’indagine evidenzia come i due terzi degli italiani ritengano che l’investimento azionario presenti il maggior potenziale di rendimento nel 2014, ma allo stesso tempo oltre la metà (il 55%) intende mantenere una quota significativa dei propri risparmi in strumenti a basso rischio (a fronte del 44% del campione globale). Insomma, razionalmente c’è la consapevolezza della correttezza delle scelte, ma la stragrande maggioranza non compie scelte conseguenti.

“Tali risultati – si legge nell’indagine di Schroder – sembrano sostenere l’idea che in Italia gli investitori non abbiano ancora pienamente preso atto delle nuove esigenze poste sulla responsabilità individuale, a seguito del passaggio da un sistema pensionistico “retributivo” a uno “contributivo”. Il risparmio finalizzato resta ancora fuori dal mirino degli italiani: si accantona per prudenza, spesso per cautelarsi rispetto a una cautela generica, ma senza correlare le proprie scelte con le esigenze future: terreno di conquista di una consulenza finanziaria e previdenziale evidentemente insoddisfacente in termini quantitativi, oltre che qualitativi.

Pesa non solo e non tanto la crisi, quanto i retaggi culturali: le garanzie offerte dallo Stato nei decenni passati hanno sollevato l’individuo dall’onere di prendere in mano il proprio destino, previdenziale e non. Cambiare questo paradigma non è semplice, ma il caso inglese è esemplificativo: i sudditi di Sua Maestà, storicamente più propensi ai consumi rispetto al risparmio – fino ad eccessi di sovraindebitamento degli anni precedenti – sono ora coinvolti dall’operazione Nest, che li spinge ad aderire a strumenti di previdenza complementare per ridurre il rischio di vivere una vecchiaia in situazioni economiche indigenti. Un’operazione che ricorda in parte il silenzio/assenso italiano del 2007, ma accompagnato da un’attenta campagna di educazione finanziaria che sta rendendo consapevoli gli inglesi dell’importanza delle loro scelte individuali.

Iniziative come quella messa in campo negli ultimi anni dal governo britannico sono necessarie, visto che non si è portati a programmare per la pensione: secondo il sondaggio di Schroders il 46% degli intervistati globali ritiene la pensione una priorità, ma solo il 5% ha un orizzonte di almeno 10 anni, mentre il 61% è alla ricerca di rendimenti da 1 a 5 anni e il 12% addirittura entro l’anno. Insomma, siamo naturalmente portati al breve termine ma per costruire una vecchiaia serena è fondamentale ragionare sempre di più sul lungo periodo.

E il mio ruolo professionale e sociale è proprio questo: aiutare ed educare le persone a ragionare di più e meglio sulle proprie scelte e sul proprio futuro.

 

Fonti: Il Sole 24 Ore, Schroders

 

Che cos’è una Bad Bank?

Img_2014_04_111Lo dice il nome stesso “bad” ovvero cattiva, ma che significa quando chiamiamo cattiva una banca?

Un istituto di credito può essere suddiviso in due parti:  quella “buona” (good bank) e appunto quella “cattiva” (bad bank). Nella banca buona convergono le parti sane dell’attività di credito, mentre nell’altra tutte le attività cosiddette “tossiche” ovvero i titoli spazzatura (legati magari a mutui non riscossi) e più in generale i crediti in sofferenza.

Costituire una bad bank significa creare quindi una società nella quale far defluire le maggiori passività dell’istituto, in modo che quest’ultimo possa continuare a lavorare nel migliore dei modi con bilanci più “puliti”. Nel frattempo la società costituita lavorerà al recupero dei crediti e delle passività grazie a professionisti del settore, ricollocando i titoli della bad bank sul mercato. Ma chi compra questi titoli? Spesso è lo Stato stesso ad intervenire direttamente, per evitare il crac bancario. Ricordiamo la presenza in questo caso dell’ESM, il Fondo Salva Stati europeo, creato appositamente per dare sostegno alle banche e ai governi in caso di rischio bancarotta di un istituto. Ma non solo, i crediti deteriorati possono anche essere acquisiti da fondi d’investimento tramite azioni ordinarie (come nell’ipotesi Unicredit e Intesa Sanpaolo di cui tanto si vocifera).

Ma come mai ultimamente si parla spesso di bad bank? Innanzitutto perché , secondo quanto stimato da Banca d’Italia, sulle spalle delle banche italiane pesano 300 miliardi di euro di crediti deteriorati e quindi, a detta di molti, è arrivato il momento anche per il bel Paese di spolverare l’ipotesi bad bank per i propri istituti.

A dirlo è stato proprio il numero uno di Bankitalia Ignazio Visco che, durante il discorso tenutosi l’8 febbraio in occasione del 20° convegno Assiom Forex, ha dichiarato apprezzamento per tutti quegli interventi “volti a razionalizzare la gestione dei crediti deteriorati con la creazione di strutture dedicate in grado di aumentare l’efficienza delle procedure e la trasparenza di quelli attivi […] Interventi più ambiziosi, da valutare anche nella loro compatibilità con l’ordinamento europeo, non sono da escludere e possono consentire di liberare, a costi contenuti, risorse da utilizzare per il finanziamento dell’economia”.

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A scaldare poi la cronaca economica e finanziaria i rumors che coinvolgono Intesa Sanpaolo, Unicredit e Mediobanca, istituti che già avrebbero pronti i propri piani di “smaltimento” delle passività tramite bad bank.

Ad oggi, in Italia, solo il Banco di Napoli alla fine degli anni ’90 adottò tale soluzione dopo essere stata acquisita dal Sanpaolo Imi di Torino, conferendo i crediti deteriorati in un veicolo dal nome SGA (Società Gestione Attività) che poi riuscì a recuperare circa il 90% dei crediti.

Certo è che l’Europa appoggerebbe con favore tali soluzioni, viste nell’ottica del “prevenire è meglio che curare”. Quello che infatti non si vuole ripetere è un episodio come quello che ha coinvolto Bankia: l’istituto spagnolo creò una bad bank da 54 miliardi di euro quando ormai era in pieno crac, un fallimento che costò all’Europa e al Fondo Salva Stati ben 37 miliardi di euro.

 

Fonti: Borsa Italiana, Iononcicascopiù

 

 

Chi si rivolge a un consulente finanziario ha più fiducia nel futuro

imagesAffidarsi a un consulente finanziario garantisce una maggiore fiducia nel proprio futuro finanziario. E’ questo ciò che emerge dal sondaggio Global Investor Pulse di BlackRock. Se il futuro infatti, preoccupa gli investitori, e anche vero che gli italiani si stanno attivando per migliorarlo. Il 46% del panel afferma di rivedere e controllare i propri risparmi e investimenti. Investimenti che continuano ad essere orientati sul breve termine; solo il 34% dichiara di risparmiare in un’ottica di lungo termine.

L’avversione al rischio degli italiani rimane molto elevata: il 58% degli intervistati non è disposto a correre alcun rischio con il proprio denaro, rispetto alla media europea del 53%. E circa la metà (41%) intende mantenere invariata la propria allocazione in liquidità nei prossimi 12 mesi, mentre solo il 23% pensa di ridurla, e il 25% intende incrementarla. Il 58% degli italiani ritiene importante ottenere un reddito dai propri investimenti, anche se solo il 27% afferma di conoscere i migliori investimenti che generano reddito disponibili oggi e circa la metà (43%) ritiene che attualmente gli investimenti orientati al reddito siano più rischiosi rispetto a cinque anni fa.

Sulle tipologie di investimento, le obbligazioni si confermano l’investimento preferito: il 52% degli investitori italiani ha in portafoglio titoli di Stato e il 34% detiene fondi obbligazionari indicizzati. Tuttavia, alla domanda sulla possibilità di ottenere gli stessi rendimenti dalle obbligazioni in futuro, il 40% degli italiani ha fornito una risposta negativa, mentre il 26% ha risposto in modo affermativo. Emerge quindi l’esigenza di aiutare le persone a definire correttamente le proprie aspettative circa gli investimenti obbligazionari, illustrando la necessità di prendere in considerazione strategie più dinamiche e flessibili.

Rispetto alla media europea (48%), gli italiani ritengono di avere scarso controllo sul proprio futuro finanziario (39%), ma è chiaro che chi considera seriamente la propria pianificazione finanziaria ha circa il doppio delle probabilità di sentirsi sicuro e di avere il controllo della situazione rispetto a coloro che non seguono questo approccio. Gli italiani che si rivolgono a consulenti finanziari professionisti (23%) si sentono molto più ottimisti, fiduciosi e sicuri di avere il controllo delle proprie finanze rispetto a quanti non si avvalgono della consulenza professionale. Oltre il 90% dei rispondenti che si rivolgono a un consulente finanziario è molto soddisfatto del servizio ricevuto, e l’89% ritiene che il costo sostenuto sia ampiamente giustificato.

Per Bruno Rovelli, head of investment advisory di BlackRock Italia: “La ricerca indica chiaramente che gli investitori italiani sono eccessivamente focalizzati sulle esigenze di breve termine, un atteggiamento che può incidere sulla loro capacità di preservare e accrescere il patrimonio nel lungo periodo. A causa del contesto macroeconomico incerto, gli italiani sono diventati estremamente prudenti e avversi al rischio. Un’ampia percentuale detiene liquidità e obbligazioni a basso rendimento, mentre il 55% dichiara di non fare investimenti”.

Per approfondire la ricerca: http://www.blackrockinvestments.it/investitori-privati/literature/investor-education/sondaggio-investor-pulse-2013-italia-it-it.pdf

 

Fonti:

www.advisoronline.it

www.blackrockinvestments.it

 

 

La denuncia del WSJ: “Le tasse in Italia distruggono la ripresa”

ImageUna ripresa soffocata dal peso delle tasse. E’ questo il verdetto del Wall Street Journal sulla salute economica italiana.

“Con un’economia che stenta a ripartire ed una disoccupazione a livelli record, il peso delle tasse in Italia potrebbe distruggere le prospettive di ripresa” . Il prestigioso quotidiano americano ha dedicato un intero dossier sul sistema fiscale del nostro Paese (pubblicato il 17 novembre)  puntando il dito su come la tassazione nei confronti di imprese e lavoratori sia la causa principale della stagnazione italiana negli ultimi 10 anni, tanto da registrare la crescita più bassa tra i 34 Paesi dell’area Ocse.

Per il WSJ le tasse sul lavoro sono la vera “spada di Damocle” del Bel Paese, soprattutto quelle atte a finanziare il sistema pensionistico. Un dato su tutti: l’esborso per le pensioni rappresenta circa il 13% del Pil, un terzo in più rispetto alla Germania e il doppio rispetto agli Usa (dati Ocse).

Questo causa degli assurdi paradossi; basti pensare infatti come un lavoratore italiano costi più di uno spagnolo nonostante abbia uno stipendio più basso.

E’ forse un’esagerazione quanto affermato dal Wall Street Journal?

In realtà lo stesso monito arriva da più fonti. La Banca Mondiale ha denunciato più volte come l’Italia sia il Paese europeo più tartassato dal fisco. I dati che ha reso noti ne sono una prova: le imprese del made in Italy sono ai vertici europei con una tassazione dei profitti pari al 65,8% contro una media europea del 41,1% e mondiale del 43,1%.

Sempre in novembre, la Cgia di Mestre ha pubblicato il rapporto “Paying Taxes 2014” . Secondo questa indagine, in Italia le società impiegano 269 ore all’anno, contro le 179 ore medie di un’impresa europea e le 268 ore l’anno della media mondiale, per gli adempimenti fiscali.

Intervistato dal WSJ, Paolo Manasse (Professore di Economia all’Università di Bologna), afferma che “l’Italia ha davanti a sé un compito spaventoso” in quanto è sua opinione che il Governo dovrebbe tagliare 30 miliardi di euro di tasse sul lavoro per poter essere in linea con gli altri Paesi Ocse.

 

Fonte: www.iononcicascopiu.it

L’importanza delle PMI

ImageDa sempre considerate la trama principale del tessuto imprenditoriale italiano, le Pmi sono state tra le prime vittime colpite dalla crisi. Eppure, quelle che più hanno resistito ai tempi duri, si sono dimostrate ed affermate come un vero e proprio modello di business da seguire, anche per le imprese più grandi.

La Cgia di Mestre ha recentemente voluto sottolineare come le piccole e medie imprese siano fondamentali anche per la creazione di nuovi posti di lavoro. Lo ha fatto tramite un’analisi condotta dal proprio Centro Studi, analizzando i dati relativi agli anni che vanno dal 2001 al 2011.

In 10 anni le imprese con meno di 50 addetti hanno creato (al netto dei settori del pubblico impiego e dell’agricoltura) più del doppio dei posti scaturiti dalle grandi aziende: si parla di 457.200 nuovi occupati contro i 212.600 delle “big”.

Per dirlo in percentuale, nel decennio passato il 64,3% dei nuovi lavoratori ha trovato lavoro nelle piccole imprese, il 5,8% nelle medie e il 29,9% nelle grandi.

Attualmente il 67% del totale dei lavoratori italiani è impiegato in una PMI. A sorpresa, le Regioni dove le piccole e medie imprese si sono dimostrate più dinamiche sono quelle del Centro-Sud: Lazio (+17,4% di occupati), Calabria (+14,4%) e Sicilia (+14%).

Secondo Giuseppe Bertolussi, Segretario Cgia, le realtà con meno di 50 addetti “sono l’asse portante della nostra economia: costituiscono il 99,5% del totale delle aziende presenti nel nostro Paese e occupano 11 milioni di addetti […] in questo momento così delicato sostenere le piccole imprese vuol dire aiutare il Paese ad uscire dalla crisi economica e, soprattutto, creare le condizioni per ridurre la disoccupazione”.

Intanto una recente indagine condotta da Google e Doxa ha sottolineato come, le Pmi italiane che hanno saputo cogliere al volo l’opportunità fornite dal digitale e dall’e-commerce soprattutto sui mercati esteri, abbiano aumentato considerevolmente il proprio fatturato. Secondo il famoso motore di ricerca, nel primo semestre 2013 le ricerche su Google relative al Made in Italy sono cresciute dell’8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. I settori più ricercati sono moda, automotive e alimentare, ma quello che registra una maggiore crescita è tornato ad essere il turismo.

Pmi quindi traino all’occupazione, soprattutto quando quest’ultime sono capaci di abbracciare le novità del mercato digitale e globale, facendosi portabandiera di un made in Italy che ancora ci può rendere competitivi.

 

Fonte: www.iononcicascopiu.it

Risparmio: gli italiani preferiscono i buoni consigli

calculator, pen and graphIncertezza, volatilità e crisi: queste le principali paure degli investitori negli ultimi 5 anni.

Timori che se da una parte hanno limitato la voglia d’ investimento di molti, dall’altro hanno rafforzato la diffusione dell’educazione finanziaria e soprattutto la consapevolezza che il mondo della finanza e degli investimenti necessita di conoscenza e approfondimento.

Ed in questa difesa del risparmio hanno esercitato un ruolo fondamentale i consulenti finanziari, che dal 2008 ad oggi hanno dimostrato di essere vere e proprie figure di riferimento per gli investitori italiani. A confermarlo il “Schroders Global Investment Trends Report”, una ricerca svoltasi in 20 Paesi e che ha coinvolto 14.800 investitori.

In Italia il sondaggio è stato svolto su 1000 risparmiatori intenzionati a investire 10.000 euro entro l’anno: il 42% di loro ha dichiarato che prima di decidere consulterà un professionista (il 20% un consulente finanziario, il 17% la propria banca, il 5% un commercialista). Tra le altre fonti più utilizzate dagli italiani per decidere cosa fare dei propri risparmi vi sono i siti d’informazione finanziaria (21%), parenti e amici (12%) e i media (6%).

Interessante vedere come, dallo stesso sondaggio, è emerso che il 32% del campione continuera’ a preferire per tutto il 2013 soluzioni prudenti, atte più che altro alla protezione e conservazione del capitale che non alla sua crescita.

Potremmo quindi dire che la crisi ha portato, oltre purtroppo alla contrazione della capacità di risparmio delle famiglie, alla rivalutazione della figura professionale del consulente o promotore finanziario, tanto che sono in molti coloro che hanno abbandonato il classico investimento “fai da te” in nome della partecipazione ad un investimento più sicuro, come appunto quello in fondi d’investimento.

E non è infatti un caso che l’industria del risparmio gestito continui a registrare numeri positivi: secondo Assogestioni nei primi 5 mesi dell’anno il settore ha registrato una raccolta netta positiva per 35,8 miliardi raggiungendo quota 1.264 miliardi di euro.

Nonostante il periodo di crisi, gli italiani si dimostrano comunque popolo di risparmiatori, che mai come ora sanno di dover ben salvaguardare i propri risparmi, e in questo i consulenti finanziari giocano un ruolo sempre più fondamentale.

Avanti tutta, io ci sono!

Fonte: www.iononcicascopiu.it