La pianificazione finanziaria: un metodo per vivere meglio

La finanza non è un nemico, ma un utile strumento per governare i nostri progetti di vita, difendendoli dall’imprevedibilità dei mercati.

Questo articolo di qualche anno fa di Mario Noera, Professore di Economia degli intermediari finanziari all’Università Bocconi di Milano, racchiude molti concetti alla base della mia attività e del mio metodo di lavoro. Credo fortemente che la pianificazione finanziaria possa migliorare la qualità della nostra vita!

“Nessuna impresa si lancia in un progetto senza un piano. Il business plan è per l’impresa quello che il piano di navigazione è per lo skipper. Non si salpa senza avere una meta e una rotta, senza avere stimato la lunghezza della traversata, senza avere calcolato il carburante e le provviste, senza avere valutato le previsioni atmosferiche ed essersi attrezzati per eventuali avversità.
Dalla grande impresa automobilistica che deve lanciare un nuovo modello al piccolo commerciante che vuole aprire un negozio di mozzarelle, tutti, prima di cominciare, sanno cosa vogliono fare e quante risorse possono permettersi di investire; tutti cercano poi di valutare quanto, anno dopo anno, costerà quella nuova attività e quanto invece, anno dopo anno, essa potrà rendere. Per farlo bisogna fare ipotesi e soppesare i rischi. E, alla fine di quest’esercizio, si può valutare se ne vale la pena o se deve si cambiare qualcosa.
In molti momenti della nostra vita privata percorriamo processi mentali analoghi. Sicuramente in occasione delle grandi decisioni strategiche: quando ad esempio dobbiamo sposarci o vogliamo acquistare una casa. Ma anche in circostanze più ordinarie: quando cioè programmiamo le vacanze o vogliamo cambiare il televisore o l’auto. Perché allora risulta così difficile adottare lo stesso approccio quando si tratta di prendere decisioni sui nostri investimenti finanziari?

E’ come se la finanza fosse una sfera separata dalla vita. Ad essa chiediamo il miracolo di arricchirci, delegandone la gestione agli esperti, cioè a coloro che percepiamo come i sacerdoti di un rito pieno di misteri: la comprensione dei mercati finanziari. Eppure, anche se non ne siamo sempre consapevoli, la finanza è essa stessa parte delle nostre scelte di vita e, nella sua essenza, risponde a una logica semplice: dietro a ogni investimento finanziario c’è la nostra decisione di non consumare risorse “oggi” e di destinarle a un potenziale utilizzo futuro, cioè a consumi che faremo “domani”. Oppure, quando ci indebitiamo, c’è la decisione opposta di anticipare a “oggi” il consumo, attingendo a risorse che sappiamo arriveranno “domani”, ma che ancora non abbiamo. In entrambi i casi ci esponiamo a rischi:  al rischio che le risorse investire perdano valore tra oggi e il giorno in cui decideremo di consumarle, oppure al rischio opposto di dover restituire in futuro più di quanto siamo in grado di pagare.

Nella sua essenza, la pianificazione finanziaria non è quindi altro che la capacità di tenere in considerazione non solo i consumi presenti ma anche quelli futuri e di rapportare a questi ultimi i nostri comportamenti finanziari di “oggi”. Contrariamente a quanto facciamo di solito, la pianificazione finanziaria è cioè un metodo per rendere le scelte di investimento dipendenti dai nostri progetti di consumo futuri. La pianificazione finanziaria è cioè una disciplina per mettere la finanza al servizio dei nostri progetti.

La pianificazione finanziaria alloca la ricchezza direttamente in funzione ai progetti e tende a selezionare gli strumenti finanziari soprattutto in relazione alla loro idoneità a non esporre l’individuo a rischi che possano comprometterne il raggiungimento. E’ un rovesciamento di logica che non si applica ovviamente a tutta la ricchezza, ma che è suscettibile di migliorare la stessa tolleranza al rischio per la parte di quest’ultima non destinata a soddisfare bisogni futuri identificabili: una volta “messi in sicurezza” degli obiettivi di vita rilevanti, è infatti certamente più facile accettare di esporsi alle incognite dei mercati.”

Risparmio e raccolta in Emilia Romagna

Regolarmente raccolgo informazioni e statistiche sulle famiglie e le imprese della nostra regione per approfondire la conoscenza del mio “mercato di riferimento” e quindi essere più efficiente nella gestione dei patrimoni dei miei clienti.

Grazie alla segnalazione di un mio socio (grazie Maurizio!) ho esaminato uno studio statistico sulla raccolta bancaria in Emilia Romagna negli ultimi 10 anni, a dir poco illuminante per me e spero utile spunto di riflessione per le famiglie e gli imprenditori che risparmiano e investono.

In questa analisi, aldilà del posizionamento in termini di raccolta pro-capite, utile solamente a far emergere la relativa ricchezza degli abitanti della regione rispetto ad altri (che ci pone tuttavia ai vertici), emerge un dato veramente curioso.

Alla fine del 2010 in regione l’ammontare complessivo dei depositi bancari risulta essere pari a 76.240 milioni di euro, detenuto per il 68,4% dalle famiglie consumatrici e il restante 31,6% da imprese e famiglie produttrici (ditte individuali e aziende familiari). Di questi 76.240 milioni, ben 44.688 milioni, circa il 60%, è in obbligazioni bancarie detenute per oltre il 90% dalle famiglie consumatrici! Una concentrazione un pò eccessiva!

Un altro elemento da considerare e che deve far riflettere è il seguente. Dal 2001 al 2010 in Emilia Romagna (ma il fenomeno non cambia di molto nel resto d’Italia), l’ammontare dei depositi bancari è aumentato del 28%, mentre l’ammontare delle obbligazioni bancarie del 47%, con un differenziale di crescita del 70%.

Come mai si ha una crescita esponenziale di questi titoli ? Come mai questi titoli, che sono più rischiosi dei titoli di Stato sia in termini di rating che di liquidabilità, non vengono emessi con un premio di rendimento adeguato, come rilevato dagli studi nei “quaderni delle finanza della Consob”? Semplice, affidandosi alla propria clientela, le Banche (come scritto nell’abstract http://www.consob.it/main/consob/pubblicazioni/quadernifinanza/qdf67.htm), riescono a vendere proprie obbligazioni a tassi in linea con i titoli di Stato in quanto la clientela stessa non è in grado di valutare correttamente il rischio associato alla Banca (anche se negli ultimi anni abbiamo visto grossi problemi in America, in Europa e in Italia, sia su grandi gruppi che su gruppi piccoli come visto anche vicino a noi…).

La Banca nel momento in cui chiede finanziamento di medio termine agli investitori istituzionali deve offrire determinati rendimenti, se invece si rivolge alla propria clientela retail, può permettersi di offrire rendimenti inferiori proprio per la oggettiva difficoltà, abbastanza ovvia, del risparmiatore a valutarne attentamente il rischio.

Perchè nel 2008, ad esempio, molto spesso le banche hanno collocato ingenti quantità di obbligazioni di colossi bancari quali Goldman Sachs, Dexia, Morgan Stanley e altri (che non voglio nominare)?

Dal 2001 al 2008 l’esplosione dei collocamenti è stato guidato principalmente dall’avidità e dalla speculazione finanziaria delle banche che hanno raccolto denaro a basso costo, erogato mutui, costruito cartolarizzazioni per aumentare gli utili privati.

La conseguenza, che ormai tutti ben conosciamo, è stata il collasso del sistema culminato dal fallimento della banca d’investimento americana Lehman Brothers, sulla scia della crisi nata dal mercato immobiliare statunitense.

Ora, che il mercato del risparmio è di nuovo saturo di obbligazioni bancarie, a guidare è soprattutto la necessità: gli istituti di credito hanno uno spasmodico bisogno di liquidità per sopravvivere (un esempio su tutti i 1.000 miliardi di euro prestati dalla BCE all’1% e richiesti per quasi 400 miliardi dalle banche italiane, consentendo loro di tornare a “respirare”).

Avidità prima, necessità poi. E alle persone, alle famiglie, agli imprenditori chi ci pensa?

Nel 2009 ho scelto l’indipendenza come valore fondamentale e distintivo per poter scegliere liberamente quanto di meglio c’è sul mercato al fine di soddisfare le reali esigenze dei miei clienti.

Oggi sono socio di una società di consulenza finanziaria indipendente e abbiamo scelto come nostro partner la principale realtà di gestione del risparmio in Italia indipendente da gruppi bancari ed assicurativi.

Questo mi consente di segnalare con consapevolezza tutti questi possibili pericoli alle persone che seguo come consulente, tutelare al massimo i loro (e quidi i miei) interessi e scegliere insieme le migliori strade da percorrere.

Le opinioni sono personali, i dati li puoi trovare sul sito della Banca d’Italia oppure cliccando http://statistica.regione.emilia-romagna.it/factbook/credito_f_l/racc-bancaria

Nuovi elementi del Welfare italiano: Aspi e mini-Aspi

Nuovi elementi del Welfare italiano: Aspi e mini-AspiIn questo periodo di riforme economico-sociali il termine ‘welfare’ è passato più volte sotto ai nostri occhi all’interno di notiziari e articoli riguardanti il lavoro o l’economia. Tanto che ormai ci abbiamo fatto l’abitudine e spesso non ci soffermiamo a riflettere sul reale significato della definizione.

Welfare state significa in italiano Stato sociale, espressione che allude al rapporto tra Stato e società e alle politiche economiche che muovono il sistema di un determinato Paese. Secondo il modello del Welfare, lo Stato si impegna a riconoscere e garantire ad ogni cittadino una serie di diritti (istruzione, abitazione, salute e reddito minimo) con lo scopo di migliorare le condizioni di vita della popolazione.

In Italia, l’Aspi (assicurazione sociale per l’impiego) che entrerà in vigore dal 2013 rientra tra i provvedimenti previsti dallo Stato sociale e andrà a sostituire l’indennità di disoccupazione per i lavoratori dipendenti (sia del settore privato sia della Pubblica Amministrazione), includendo anche gli apprendisti lavoratori e gli artisti – finora non contemplati nei programmi di indennizzo.

Per accedere al nuovo programma dell’Aspi, è necessario avere almeno 2 anni di anzianità assicurativa e almeno 52 settimane di lavoro nell’ultimo biennio. A coloro che possiedono tali requisiti sarà garantita un’indennità pari al 75% della retribuzione del biennio previsto, per una durata massima di 12 mesi per coloro che hanno meno di 55 anni di età e di 18 per coloro che superano tale soglia.

Per i lavoratori più giovani, invece, è prevista una mini-Aspi, la cui attivazione richiede una retribuzione di almeno 13 settimane negli ultimi 12 mesi: in questo caso l’indennità sarà garantita in concomitanza con il periodo di disoccupazione con una durata massima equivalente al 50% delle settimane di retribuzione del candidato.

Fonte: www.iononcicascopiu.it

Yuan in cima al Big Ben!

Yuan in cima al Big Ben!La capitale Britannica sembra aver compreso le opportunità offerte dagli investimenti nella moneta cinese, lo yuan (altrimenti detto renminbi), e pare non volersele fare scappare: la Borsa di Londra, infatti, sta diventando il più grande e unico centro offshore fuori dal continente asiatico, per gli scambi in questa valuta.

La Cina, d’altro canto, sente di poter sfruttare anche a proprio favore l’iniziativa, dal momento che sta cercando di rendere lo yuan una valuta internazionale, che possa essere considerato e scelto come riserva nazionale, nei mercati finanziari di Oriente e Occidente, al pari dell’euro e del dollaro.

La relazione con la Borsa di Londra è stata da molti interpretata, quindi, come un segnale della volontà di Pechino di iniziare ad allentare la stretta sulle oscillazioni della valuta e sui flussi di capitale in uscita, dando alla moneta maggiore convertibilità.

Se questo obiettivo venisse effettivamente raggiunto, la Borsa inglese potrebbe accumulare ricavi ulteriori per addirittura un miliardo di sterline, secondo una stima effettuata dal quotidiano francese Les Echos, con benefici effetti anche dal punto di vista del prestigio e della buona reputazione dinanzi ai mercati internazionali.

Per cercare di rendere maggiormente concreta questa operazione ‘congiunta’, riuscendo ad ottenerne al più presto i frutti, Londra ed Hong Kong hanno attivato anche un forum, rivolto ad investitori privati, per agevolare investimenti, proporre prodotti finanziari, studiare possibilità di scambio.

Intanto, ad Hong Kong, gli scambi in valuta cinese hanno già dimostrato di essere piuttosto vantaggiosi, se si pensa che in meno di due anni i depositi sono arrivati a 60 miliardi di sterline, mentre gli scambi chiusi in valuta locale sono passati dall’1 al 10% del totale in appena un anno e mezzo.

E chissà che l’Europa intera non trovi proprio in questa risorsa lo spiraglio giusto per emergere dalla crisi e tornare a far fiorire la propria economia finanziaria.

Fonte: www.iononcicascopiu.it

Invito alla prova

Segnalo una interessante iniziativa per vivere virtualmente l’investimento in uno strumento finanziario innovativo e unico nel suo genere del Gruppo di cui faccio parte, il Gruppo Azimut Holding, che permette di cogliere le opporrtunità legate all’economia cinese ed alla sua valuta, il Renminbi (Rmb).

L’iniziativa, rivolta a chi non è cliente Azimut, si divide in due fasi:

  • L’adesione: hai tempo fino al 30 aprile 2012 per investire solo virtualmente e senza costi in quote di “AZ Fund Renminbi Opportunities”, il primo fondo UCITS III in Europa che consente di puntare sulla valuta cinese. L’adesione iniziale non comporta alcun vincolo né impegni di spesa.
  • La conversione: al termine della fase di adesione hai 8 mesi di tempo (dal 1 maggio al 31 dicembre 2012) per poter osservare l’andamento del fondo e decidere, in qualunque momento, se convertire l’investimento delle quote e versare materialmente 1500€.  In questo modo, al netto degli oneri fiscali, guadagnerai anche il rendimento che hai visto accumularsi mentre il tuo investimento era solo virtuale.

Per saperne di più contattami personalmente e visita il sito www.investirenminbi.it.

Pensioni: cosa è cambiato e cosa cambierà?

In base a una delle recenti indagini condotte dalla Commissione europea, in particolare dal Commissario Ue all’occupazione László Andor, risulta che l’Italia sarà il Paese (con una media di 66 anni e 11 mesi) con l’età pensionabile più alta nel 2020. A seguire, la Spagna con 66 anni e 4 mesi,  la Danimarca e la Gran Bretagna, con una media di 66 anni, e la Germania, con 65 anni e 9 mesi in media. I dati riportati sul libro bianco delle pensioni parlano chiaro: dal 2009 la situazione del nostro Paese si è ribaltata, se si considera che l’età pensionabile era in quell’anno una delle più basse d’Europa (65 anni per gli uomini e 60 per le donne).

Questo grande cambiamento è il risultato delle riforme sulle pensioni attuate di recente, che si collegano alla maggiore longevità degli italiani ed equiparano (entro il 2018) età pensionabile maschile e femminile.

Se prima la pensione veniva calcolata in base a un sistema di tipo retributivo, ossia proporzionale alle retribuzioni ricevute negli ultimi anni di attività lavorativa, d’ora in poi sarà adottato un sistema contributivo, che corrisponde ai contributi versati. Questo secondo sistema vale per tutti i lavoratori che abbiano iniziato la propria attività dopo il 1996.

I più colpiti da questa riforma sono i giovani, poiché il sistema retributivo viene applicato solo a quanti, al 31 dicembre 1995, abbiano maturato almeno 18 anni di contributi.

Per chi, invece, ha già accumulato contributi non sufficienti a far rientrare nell’ambito del sistema retributivo, è previsto un sistema misto, che calcola i contributi maturati fino al 31 dicembre 1995 secondo il criterio retributivo, e quelli maturati successivamente con il nuovo sistema.

Come fare allora per assicurarsi un risparmio pensionistico che non derivi solo da queste formule previdenziali? Ecco che entra in gioco la cosiddetta pensione integrativa che, per l’appunto, integra la pensione statale (senza sostituirla).

Alcune delle soluzioni più note ed efficienti per integrare la propria pensione sono la conversione del tfr (trattamento di fine rapporto) in un fondo pensione integrativo, l’accantonamento di una parte dei risparmi in un fondo pensione aperto o in un Pip (piani individuali pensionistici) e il versamento metodico in un Pac (piano di accumulazione del capitale).

Fonte: www.iononcicascopiu.it